I vini boreali

L’enologia alla conquista di nuove terre.

Per fronteggiare le temperature in aumento, le vigne si spingono a nord e ad altitudini inedite.
E si sperimentano uve adatte al deserto.

di Raffaele Panizza
illustrazione di Dan Matutina

La forza centrifuga delle temperature in ascesa sta spingendo lo tsunami del vino da sud a nord. E da nord, sempre più in altura. Dove si coltivano ormai uve Lagrein, Müller Thurgau e Santa Maddalena anche oltre i 1 000 metri d’altitudine, come sperimentato da Tirolensis ars vini, associazione di vignaioli bolzanini che è riuscita a produrre a quote ormai non più considerate “eroiche” qualche centinaio di bottiglie di Siralos. «L’acidità aumenta e più si sale in zone estreme meno c’è bisogno di trattamenti sul filare», spiega l’enologo tirolese e presidente dell’associazione Urban Piccolruaz, «Il vino del Nord diventa biodinamico in modo naturale e quasi necessario». Non è un caso che uno dei rossi migliori sia oggi il Karasì della cantina armena Zorah, che ha piantato le uve areni a 1 400 metri, dove nessuna difesa chimica è necessaria e la filossera, l’assassino dei brindisi, non esiste.

I cambiamenti climatici non sono una livella, anzi, danno e tolgono. Spengono tradizioni e accendono nuove visioni. Si prenda il Salento: per la mancanza di alture che possano dare sollievo ai tralicci al sole, tra trent’anni potrebbe essere impossibile coltivare il Primitivo e il Negroamaro. A meno che gli esperimenti in corso nel deserto israeliano del Negev non facciano scuola, dando speranza agli enologi preoccupati: a precipitazioni zero e sotto un tamburo costante a 50 gradi centigradi, le uve selezionate dagli agronomi della Ben Gurion University sviluppano foglie che girano naturalmente intorno all’acino proteggendolo, come fanno i cappelli di paglia con chi lavora tra i filari.

Alcune zone della Germania settentrionale potranno invece godere dello stesso microclima favorevole della Toscana, secondo un domino dei destini che incontra sempre più il gusto degli innamorati del vino: le “vigne boreali” regalano nettari meno zuccherini, più freschi e secchi, per i bianchi e per i rossi. Una tendenza che si ripropone in tutto il mondo, aprendo lo scenario ai new latitudes wines. Secondo diversi studi, tra le aree vinicole migliori potrebbero comparire entro cinquant’anni le Montagne Rocciose, al confine tra Usa e Canada. Specularmente si parla della scomparsa, entro la fine del secolo, delle vigne nella Napa Valley, salvo piccole strisce di terra vicino al mare capaci di difendersi dall’arsura e dagli incendi. Al contrario, diventerebbero nuove winelands gli stati settentrionali dell’Oregon e di Washington: «Il numero di pionieri in cerca di poderi sempre più settentrionali è in costante crescita» ha spiegato Greg Jones, climatologo e direttore dell’Evenstad Center for Wine Education di Portland, «se ne nascerà anche un’industria sarà il tempo a dirlo». Idem in Oceania, dove è stato presentato lo scorso giugno il report Australia’s Wine Future: A Climate Atlas, per prevedere i cambiamenti e progettare gli adattamenti necessari. Lo scenario è inesorabile: tutte le settantuno regioni vinicole australiane verranno impattate e dovranno adeguarsi a temperature più calde. Al contempo, nuove opportunità si aprono per la Tasmania, che potrà allargare la produzione a grappoli “calorosi” quali lo shiraz.

Anche l’atlante europeo si sta facendo più polare. Nella zona di Bordeaux c’è chi predice la prossima scomparsa delle uve merlot: o ci si sposta più a nord oppure occorre avviare sperimentazioni con uve più resistenti al calore, come l’italiano sangiovese o il greco assyrtiko. Al 52° parallelo, in pieno Brandeburgo tedesco, si piantano uve dove prima sorgevano le miniere superficiali di carbone. E lo stesso accade in Polonia, con già 1 000 ettari coltivati a uva. In Danimarca, nelle zone di Almind e dello Zealand, alla stessa latitudine di Copenaghen, i vitigni solaris stanno dando buoni risultati: nel Paese che ha dato i natali alla app di recensioni Vivino operano già 90 cantine commerciali (a inizio 2000 erano solo due), molte delle quali in modalità start-up. In Svezia, sono già 40. In Norvegia, sono partiti: «Fino a pochi anni fa eravamo la cantina più boreale del mondo», dice Eugene Wolberg della tenuta norvegese Lerkekása Vingárd. «Ora abbiamo intorno una decina di concorrenti. Certe classifiche, presto non avranno più senso».