Una vita sostenibile

Why Hotel, il primo albergo zero waste

Dalle travi di legno fino alla libreria e al caffè: qui a Kamikatsu l’ospitalità è 100% recycled.

di Arturo Di Casola
 foto di Satoshi Matsuo

Ci sono più alberi che persone a Kamikatsu, paesino della prefettura di Tokushima nell’isola giapponese di Shikoku, a due ore di auto da Osaka. E non c’è neanche da sorprendersi, visto che gli abitanti di questo villaggio sono solo 1 500 e invece l’88% della sua superficie è occupata da foreste. Ma il dato per il quale Kamikatsu – a 700 metri sul livello del mare e circondata da montagne e scenografici campi di riso di Kashihara, inseriti tra le 100 risaie a terrazza più belle del Giappone – è balzato agli onori della cronaca è la sua politica in tema di rifiuti, culminata nel 2003 con la Zero Waste Declaration per raggiungere l’ambizioso obiettivo di riciclare il 100% dei rifiuti. Tutto questo in un Paese, il Giappone, con un atteggiamentpo da sempre ambivalente in quanto a politica ambientale: da un lato la presenza ingombrante delle centrali nucleari, che neanche il disastro di Fukushima del marzo 2011 è riuscito a contrastare, dall’altro un tasso di motorizzazione più basso di molti altri Paesi ugualmente industrializzati e l’assenza di veicoli molto inquinanti come quelli con motore diesel.

E in aggiunta c’è da sottolineare anche la mancanza su larga scala delle buste biodegradabili per la spesa, se non in grandi centri, a cui fanno da contraltare per esempio le azioni di singoli brand come Muji che, per contrastare la proliferazione di bottiglie di plastica usa e getta, ha dotato oltre 100 – che diventeranno più di 400 – dei suoi negozi in Giappone di distributori gratuiti di acqua per riempire le borracce di alluminio. E la coppia di giovani imprenditori Mariko McTier e Robin Lewis ha lanciato, lo scorso settembre, la app Mymizu (che significa la mia acqua) per localizzare il più vicino distributore dell’acqua.
In questo Giappone in cui la percentuale dei rifiuti domestici riciclati è del 20%, dato governativo del 2018, quello raggiunto dell’80% da Kamikatsu è di tutto rispetto. Soprattutto per una comunità con una forte componente di anziani: metà dei suoi 1 500 abitanti ha più di 65 anni e un quarto più di 80. E anche considerato che nella stessa Kamikatsu, come ricordano alcuni suoi abitanti intervistati dai media nazionali, si era abituati a bruciare i rifiuti domestici, con conseguente produzione di diossina.
Ma nel 2020 Kamikatsu ha fatto parlare di sé anche per l’inaugurazione di un hotel fuori dal comune. Il Why Hotel, così si chiama, mira infatti a sensibilizzare sul tema ambientale ed è ospitato in uno dei due edifici di un complesso a forma di punto interrogativo e dipinto in rosso vermiglio. L’altro è adibito a centro raccolta di rifiuti da riciclare e si chiama Zero Waste Center.
Anzi, a vedere le dimensioni della parte occupata dall’hotel, nettamente più piccola, e del centro in cui vengono conferiti i rifiuti, viene da chiedersi se nelle intenzioni di chi ha ideato il tutto sia stato concepito prima l’hotel o prima lo Zero Waste Center. Sono nati insieme, si può rispondere. Ma certamente lo Zero Waste Center non è secondo in ordine di importanza, visto che l’hotel dispone di sole quattro camere, che possono ospitare al massimo 16 persone. E nello scorso agosto, in pieno periodo post Coronavirus (prima ondata, almeno), le camere registravano una percentuale di occupazione del 70%, più alta di quella di altri ryokan della zona. L’idea di far nascere qui un hotel e farlo convivere con una stazione di raccolta dei rifiuti anziché distanziarlo, non ha fatto altro che inserirsi nel solco tracciato da Kamikatsu e dalla sua politica ambientale. Ma il giovane architetto che ha progettato il complesso, Hiroshi Nakamura, intervistato lo scorso dicembre dal canale televisivo NHK, non è nuovo ad architetture che lasciano il segno. Nativo di Tokyo, Nakamura predilige edifici che siano integrati nell’ambiente circostante, nella natura, che abbiano un rapporto con il legno. Gli ricorda «quando da piccolo giocava nella casetta costruita sugli alberi».

E anche il microbirrificio e pub progettato sempre a Kamikatsu, prima dell’hotel, che si chiama Rise & Win Brewing Co. – che ha ricevuto nel 2016 il Wan Awards per la sua sostenibilità –, è stato costruito secondo questi criteri naturali. Se il birrificio è divenuto un landmark tra le verdi montagne, con la sua caratteristica torre ricoperta di finestre provenienti da case abbandonate, non di meno ha fatto l’hotel. Attingendo a piene mani dal ricco patrimonio di cui la zona è ricca: il legno.
Qui, infatti, era fiorente l’industria di trasformazione del legno, proveniente dalle rigogliose foreste di cedri della zona. Ed è proprio a questa che il progetto dell’hotel si è rivolto: chiedendo ad aziende e manifatture di cedere scarti di legno e di falegnameria, mattoni, piastrelle ed altri materiali, usati insieme a bottiglie di vetro e residui di ceramica. Ricorrendo a fornitori della zona, si è riattivato il tessuto produttivo e restituito orgoglio alla comunità locale.
Nell’impiego dei tronchi è stato il progetto ad adattarsi a essi e non viceversa, utilizzando tronchi interi o tagliati secondo la tecnica costruttiva che si chiama taiko-otoshi – e il Giappone ben padroneggia queste tecniche artigianali, considerato che a dicembre quelle come l’urushi, l’arte di laccare il legno e quella di intrecciare i tatami, sono state inserite nel Patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco –, che prevede il taglio sui due lati di un tronco, in modo da poterlo accostare facilmente ad altri. Mantenere lo spessore originario del legno lo rende più forte e lascia inalterata anche la bellezza del tronco.
Allo Zero Waste Center si portano ora rifiuti dividendoli in ben 45 tipi. Il centro è aperto a tutti, abitanti di Kamikatsu, ospiti dell’hotel e visitatori; anche se non pochi clienti hanno riscontrato che sia un po’ troppo impegnativo dividere i rifiuti in così tanti tipi.

Del resto l’idea che sta a monte del progetto è quella di sensibilizzare proprio tutti sul fatto che va bene riciclare, ma è necessario anche produrre meno rifiuti: per raggiungere l’obiettivo, viene mostrato come un altro stile di vita sia possibile. E i risultati sono tangibili non solo in termini di inquinamento ma anche a livello estetico.
Su quest’onda nasce anche Kuru Kuru Shop, l’anomala boutique del Why Hotel, che propone solo oggetti di seconda mano – come kimono, uniformi scolastiche, giocattoli, libri, ciotole e piatti – portati dagli abitanti di Kamikatsu, e solo da loro, ma che possono essere presi gratuitamente da ospiti e visitatori dell’hotel. Prima di essere portata via, però, qualsiasi cosa viene pesata così da calcolare quanto “nuovo rifiuto” si è evitato di produrre ogni anno. E lo spazio dedicato al gioco per i bambini, che si chiama Okaeri Buroc – che significa bentornate block, cioè costruzioni – è stato realizzato con contenitori per detersivi forniti dall’azienda Kao.
La prima colazione, preparata di tutto punto da Rise & Win Brewing Co., viene servita in camera e consiste in un menu unico a base di bagel sandwich, granola, muesli e zuppa. C’è anche la possibilità di ordinare un set menu con pizza per cena, sebbene vengano suggeriti i ristoranti locali. Ma gli ospiti dell’hotel devono essere pronti anche a qualche rinuncia: nelle camere manca l’amenity kit; non c’è pigiama a disposizione, presenza fissa invece in tutti gli alberghi del Giappone, compresi i business hotel di fascia economica; il sapone viene tagliato e consegnato dalla reception per evitare sprechi; e la stessa reception prepara anche il caffè, macinato al momento e non liofilizzato, visto che non c’è nelle camere un set con cialde monodose – degne rappresentanti del rifiuto e dello spreco da cui tutto l’Occidente ancora pare non essersi liberato. Piccoli sacrifici, già, ma come riporta la frase che campeggia sulla homepage del sito dell’hotel (why-kamikatsu.jp/en), è questa la strada che ci condurrà verso una vita migliore.