The Good Life Italia

Bangkok, una e molteplice 

di Federica Presutto

Vai tu a capirla, questa città. In nessun altro luogo al mondo mi sento così a disagio e, un battito di ciglia dopo, così a mio agio. Ogni volta che ci torno la trovo sempre diversa, e sempre uguale. Il traffico ribolle come una marmellata dimenticata sul fornello. I fili della luce si aggrovigliano a mezz’aria sulle strade come un gomitolo preda di una tigre. Le gru mordono lo skyline per tirar su nuovi grattacieli ancora più alti, sempre più alti; mentre i 47 piani della Sathorn Unique Tower se ne stanno lì, abbandonati e incompiuti dal 1997, spettrale monito all’übris dei complessi residenziali di lusso. I fumi dalle pentole dei ristoranti di strada, che sfamano dai colletti bianchi agli autisti di tuk tuk, stagnano nei vicoli. I farang, come chiamano qui noi stranieri, stan lì a tutte le ore davanti a una pinta di birra tiepida in Khao San Road, la strada più turistica del mondo. In mezzo a tutto ciò, il fiume Chao Phraya, ogni ansa un sorrisetto compiaciuto del bailamme che gli sta intorno. Per andare a capirla questa città, chiedo aiuto ai bangkokiani. Il risultato è un flusso di (auto)coscienza collettiva. Ma cos’è, del resto, al netto del cemento, una Mega City?

Fa Somers

Latte condensato bruciato

Saran Yen Panya, l’enfant terrible del design thailandese, si firma in calce ex-alcoholic e si presenta così: «Nato e residente a Bangkok. Il mio lavoro vaga tra oggetti, mobili, spazi, installazioni e narrazione culturale. Mi interessa il modo in cui i materiali di uso quotidiano, l’artigianato locale, la cultura pop e la spiritualità possono incontrarsi, a volte in modo armonioso, a volte in splendida contraddizione». Armonia e contrasti vanno a braccetto, nella capitale thailandese. Che per lui: «Ha il sapore del latte condensato versato su qualcosa di leggermente bruciato. È denso, appiccicoso, confortante, quasi infantile. Ma c’è, sempre, un retrogusto amaro: il caldo, il caos, l’impazienza. È un sapore casalingo e industriale al tempo stesso. Un misto di incenso dei templi, fumi di diesel, gelsomino di notte, aglio fritto alle due del mattino e qualcosa di morbido come una preghiera. Bangkok non ha un sapore pulito, è stratificato. Non lo si capisce al primo assaggio». Dillo a me…

Il designer Saran Yen Panya

Mannaggia i selfie

Talat Noi è un’enclave di Chinatown. Fino a qualche anno fa era appannaggio solo di rivendite di ricambi per auto e di affascinanti, quanto fatiscenti, ex case-bottega di mercanti cinesi. Oggi, anche se qualche meccanico tiene duro, le shophouses sono in gran parte colonizzate da ristorantini trendy, caffetterie shabby chic e negozi di designer indipendenti. Talat Noi è rinato, ma è diventato vittima del suo successo (chiamiamolo pure overtourism). Tra i “colpevoli” della gentrificazione, Fa Somers e il suo 965, il concept store più interessante della zona, in una delle architetture più suggestive. «Sono per metà thailandese e per metà olandese. Sono nata e cresciuta qui, mi sono trasferita in Europa da adolescente e, finiti gli studi, ho lavorato come consulente legale nell’ambito delle implicazioni giuridiche ed etiche degli sviluppi tecnologici. Dopo essere rimasta piuttosto delusa dal modo in cui la tecnologia si stava sviluppando e dalle carenze delle normative, ho deciso che era ora di voltare pagina e tornare a Bangkok». Questo suo cambio di vita getta ombre sul nostro futuro a fare i conti con l’Intelligenza Artificiale, tanto già lo sapevamo, ma ci fa scoprire risvolti esilaranti sul mercato immobiliare locale. «Rientrata in città, nel 2024, m’imbatto in questo incredibile edificio. Il cartello sulla facciata dice “Affitto”. Chiamo il numero, nessuna risposta. Passa un anno e torno a controllare se è stato affittato: fortunatamente no! Dopo una ventina di telefonate riesco a contattare il proprietario per fissare un incontro. Dopo tre mesi di trattative e l’approvazione del suo indovino di fiducia, ottengo il contratto di locazione». Chiedo a Fa cosa pensa della massa di gitanti che intasano i vicoli del quartiere, sicuramente per il suo business è cosa ottima. «La particolarità di Talat Noi è che attira un mix di persone, bangkokiani, espatriati, turisti». Mix è bello, ma il selfie compulsivo che li accomuna tutti risulta un po’ alienante. «Gli smartphone e i social hanno trasformato il modo in cui interagiamo con gli spazi fisici. Tra i visitatori, Talat Noi è famosa come “zona dell’arte di strada”, molti vengono a vedere quel vicolo con i murale», chiamato Talat Noi Street Art, piuttosto deludente peraltro. «Ma ciò che tendono a trascurare è che qui ci vivono e lavorano delle persone. Tutti i vicini sono venuti a chiedermi come si dice “vietato l’ingresso” in inglese, perché stufi dei turisti che entrano nelle loro case. I residenti chiamano la zona “obiettivo fotografico”, perché sfondo ideale per mettersi in mostra sui social. Dà da pensare, soprattutto a me che ho dedicato tempo a studiare l’impatto della tecnologia sulla società».

Isola fluviale di Bang Kachao

Tutto in un colpo solo

«Mi chiamo Adulaya, e Kim è il mio soprannome thailandese». La maggior parte dei thailandesi ha un nickname, più informale e spesso più corto del nome ufficiale. «Nata a Bangkok e orgogliosa d’essere bangkokiana, sono direttrice del Bangkok Art and Culture Centre, e una delle curatrici dell’edizione 2026 della Bangkok Art Biennale», che si terrà dal prossimo 29 ottobre al 28 febbraio 2027. «Per me, Bangkok è il percorso a ostacoli più divertente che ci sia. Non si può non amarla con tutti i suoi difetti, perché sono proprio questi a renderla unica. Bisogna dimenticare la classificazione binaria di cose come tradizione e modernità: non è una questione di una o dell’altra, ma di tutto insieme contemporaneamente. Noi bangkokiani siamo orgogliosi di mostrare la nostra città, e questo rende l’esperienza di chi la visita complessivamente molto piacevole, nonostante gli shock culturali o gli imprevisti». Gli shock culturali sono quello che si dovrebbe sempre cercare durante un viaggio. Riguardo agli imprevisti, un depliant stampato in bianco e nero su un foglio A5 ripiegato che trovo all’Ufficio del Turismo recita: “Informazioni utili. Il Governo non offre sconti e promozioni. Se dovessero essercene, vi terremo informati. Il Governo non sovvenziona il costo dei servizi, quindi un tuk tuk che applica una tariffa incredibilmente bassa è probabilmente una truffa. Niente è gratis, specialmente nei pressi delle attrazioni turistiche. Non esistono speciali statuette di Buddha portafortuna, è solo un trucco per raggirarvi”. Scampati questi pericoli, chiedo a Kim quali sono, secondo lei, le esperienze da non perdere a Bangkok. Mi prescrive una serie di terapie d’urto: «Salire su un mototaxi sorseggiando una bevanda ghiacciata. Prendere, nell’ora di punta, il Bts», il Bangkok Mass Transit System, noto come Skytrain, è il treno sopraelevato, perennemente affollatissimo. «Pagare 60 baht», poco meno di due euro, «per la cena in qualche chiosco e, subito dopo, spenderne 450 per un drink in un bar alla moda. Infine, riuscire a far capire cosa vuoi alla signora che, con il suo carretto, vende frutta per strada… Solo così la tua esperienza a Bangkok sarà completa!».

La romanziera Veeraporn Nitiprapha

Collegare i puntini

Le esperienze da non perdere le chiedo anche a chi, di solito, per questo tipo di informazioni si fa pagare: «Mi chiamo Michael Biedassek, sono il fondatore di Bangkokvanguards, organizzazione di viaggi che si concentra sull’esplorazione urbana per rivelarne le complessità, le realtà e le storie nascoste. Per visitare al meglio Bangkok prendi un punto di partenza e un punto di arrivo e cerca di raggiungerlo a piedi evitando le strade principali e preferendo i vicoli secondari. Non è importante la destinazione, ma lo spazio che ti separa da essa: l’arte sta nel collegare i puntini». Chiedendogli una definizione di Bangkok, Michael torna sulla “classificazione binaria”: «A prima vista, i visitatori si trovano di fronte a una giustapposizione sconcertante – cosmopolita e iperlocale, formale e informale, Oriente e Occidente, passato e futuro – che crea un assalto incessante ai sensi. La città si è sviluppata a una velocità vertiginosa e gli strati di ogni epoca sono uno sfondo che sembra una distopia alla Blade Runner. Ma Bangkok cambia atmosfera, e maschera, a ogni angolo. Bastano pochi passi e ci si ritrova nella serenità dei suoi templi. Si può dire quello che si vuole su Bangkok, ma è tutt’altro che noiosa! Offre tantissimo, a tutti i tipi di viaggiatori: shopping mall e mercati tra i più impressionanti al mondo». Riguardo ai primi, nella zona di Siam ce ne sono una decina, faraonici, tutti collegati tra loro; in tema mercati, un nome su tutti, Chatuchak, il weekend market con oltre 15 000 negozi. E ancora, «corsi d’acqua panoramici», non solo il grande Chao Phraya, ma anche i piccoli khlong (canali) tangenti a esso, «cibo vario e ottimo e, ultimo ma non meno importante, persone molto cordiali». Anche se alcune sono meno amichevoli di altre, vedi depliant dell’Ufficio del Turismo di cui sopra. Al quale inconsapevolmente (o magari no?), Michael lancia una frecciata: «Si potrebbe fare di più per tenere d’occhio gli innumerevoli truffatori che cercano di raggirare i turisti portandoli con i tuk tuk in falsi negozi di gioielli, sartorie…». Un bel numero di polli da spennare, visto che secondo Euromonitor International i turisti a Bangkok nel 2025 sono stati 30,3 mln, dato che la incorona città più visitata al mondo.

Chef Pam

Mangio, quindi conosco

«Mi chiamo Kanitha Kasina-Ubol e sono amministratore delegato della Siam Society, direttore della Seacha e amministratore fiduciario dell’Into». Per fare chiarezza: la Siam Society Under Royal Patronage è un’organizzazione fondata nel 1904 che si occupa di studiare e proteggere le arti, la cultura e la natura della Thailandia; la Southeast Asian Cultural Heritage Alliance e l’International National Trusts Organization fanno la stessa cosa, la prima nel Sud-Est asiatico e il secondo a livello globale. Un osservatorio privilegiato, quindi, quello di Kanitha. «Questa è una città in cui convivono le tradizioni thai originali e le influenze delle numerose comunità etniche che abbiamo accolto nel tempo». La Thailandia (o Siam, com’era chiamata fino al 1939) è l’unico Paese dell’area a non essere mai stato colonizzato dagli occidentali, invidiabile risultato raggiunto con quell’abile diplomazia che l’ha anche portata ad accogliere cinesi, portoghesi, indiani, arabi, più gruppi etnici laotiani, malesi, taiwanesi, cambogiani, vietnamiti e birmani come i dawei, i mon, i cham… «Amo i luoghi dove si può ancora percepire lo stile di vita tradizionale. Bang Kachao è uno dei miei preferiti: un’area verde dove le famiglie continuano a coltivare frutta alla vecchia maniera, nonostante le difficoltà dovute all’innalzamento del livello dell’acqua salata. I visitatori possono incontrare i giardinieri e partecipare a numerose attività». Secondo Earth.org, piattaforma dedicata alla crisi climatica, “l’innalzamento del livello del mare sommergerà gran parte di Bangkok entro la fine del secolo”. In attesa dell’apocalisse, continuano i consigli di Kanitha: «Alcuni tra i più bei templi di Bangkok non si trovano lungo i soliti itinerari turistici. Come il Wat Makut Kasattriyaram Ratchaworawihan, che offre un’atmosfera tranquilla e un’architettura elegante». L’epilogo prende per la gola: «Il cibo è una parte molto importante della nostra cultura: i visitatori dovrebbero provare la cucina bangkokiana in tutte le sue forme, dai ristoranti di lusso al cibo di strada, semplice e delizioso».

Un murale realizzato dallo street artist Roa

A passo di danza

Bang Kachao, «luogo perfetto per andare in bici o passeggiare, e non mancano negozi, ristoranti e caffè», è tra i luoghi da visitare anche per Piyatat Hemmatat. Che si presenta così: «Sono un artista e vivo a Bangkok». Dopo la laurea in Belle Arti in Inghilterra e un’esperienza di lavoro a Londra, nel 2008 torna a casa dove, tra le altre cose, organizza il festival di fotografia PhotoBangkok 2015 e, con il Dipartimento delle Arti del ministero della Cultura, realizza un film su un progetto di Thanphuying Sirikitiya Jensen (nipote di Vajiralongkorn, amatissimo re di Thailandia) e di Jitti Chompee (rinomato coreografo). Il progetto vuole rendere più accessibile al pubblico contemporaneo il khon, danza tradizionale thailandese ispirata al Ramayana indiano e ottimo esempio delle contaminazioni culturali alle quali è sempre stato aperto il Paese. «Nel corso dei secoli, gli artisti thailandesi ne hanno evoluto la storia, il sound design, la direzione artistica e la coreografia, rendendo il khon una forma d’arte tipicamente thai». Oggi Piyatat sta: «Organizzando una mostra sul Bitcoin con foto, video e sculture, e un progetto sull’evoluzione del denaro, dalle conchiglie alla valuta digitale». Riguardo alla sua città, sottolinea: «La amo per il forte senso di libertà che provo qui: la maggior parte della gente non giudica, e ha una mentalità aperta». Purtroppo, «siamo intrappolati in un sistema di debito della banca centrale, mentre lo stampare moneta svaluta il potere d’acquisto facendo aumentare i prezzi senza che gli stipendi riescano a tenere il passo. Le persone spesso devono svolgere più lavori per sopravvivere».

Una shophouse sino-portoghese di fine ’800 lungo Song Wat Road

Viva la gente

Capitolo finale per la scrittrice Veeraporn Nitiprapha, i cui romanzi (tutti ambientati qui nella sua città) forse verranno tradotti in italiano; per ora accontentiamoci dell’edizione inglese (dove i titoli suonano così: The Blind Earthworm in the Labyrinth, 2019, e Memories of the Memories of the Black Rose Cat, 2022, entrambi editi da River Books). «Troppo ricca e troppo povera, bella e brutta, tutto per alcuni e niente per altri, le cose qui possono essere difficili, ma anche semplicemente facili». Poiché la vita a Bangkok può essere facile e, per i farang, non molto costosa, Veeraporn ha «incontrato viaggiatori che avevano programmato solo una breve visita e sono rimasti per sempre. L’anima di Bangkok sono le sue persone. Soprattutto quelle arrivate da ogni parte della Thailandia per lavorare, mandare soldi alle famiglie e inseguire il sogno di una vita migliore. Sono forti, piene di energia, autentiche. Sono loro che fanno funzionare questa città brillante».  Di cosa parlerà il suo prossimo libro? «Della zona vecchia di Bangkok, della sua gentrificazione, dei negozi di lifestyle, del cibo fusion, dell’uomo fusion». Mi ricorda Talat Noi… Ma visto che sono proprio i suoi difetti a rendere Bangkok unica anche questo, magari, si rivelerà non essere per forza un male

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