Tanto di cappello
di Alessia Delisi
Nel film Il filo nascosto (2017) il regista Paul Thomas Anderson mette in scena la febbrile storia d’amore tra Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis), famoso couturier che crea abiti per l’alta società del Secondo dopoguerra inglese, e la giovane Alma (Vicky Krieps), cameriera conosciuta in un hotel dove si è fermato per la colazione. Diventata la sua musa, la donna si stabilisce nella casa dello stilista e quando lui comincia a stancarsi delle sue attenzioni, trova il modo di rendersi indispensabile: avvelenandolo con dei funghi per poi accudirlo amorevolmente. La sequenza è memorabile e richiama il ruolo dei funghi nella storia, quello cioè di organismi ambivalenti, che hanno alimentato paure, ma anche nutrito popolazioni, ispirato miti e acceso la curiosità di scienziati, artisti e raccoglitori. Ed è proprio da questa prospettiva che prende le mosse The Gourmand’s Mushroom (Taschen, 2026), una raccolta di storie e ricette realizzata dalla rivista gastronomica The Gourmand e dedicata all’universo dei funghi nelle sue molteplici declinazioni. Tra arte, architettura, moda, cinema e cucina, il libro accompagna il lettore in un viaggio che restituisce a questi alimenti la loro complessità, mettendone in luce le diverse implicazioni culturali.
Ad aprire il volume è lo chef e scrittore Jeremy Lee, che individua nel carattere effimero dei funghi una parte essenziale del loro fascino. Porcini, spugnole e gallinacci sembrano comparire all’improvviso davanti agli occhi dei raccoglitori, per poi scomparire con la stessa rapidità, generando quell’insieme di attesa e desiderio che da sempre li circonda. Lee ricorda anche una stagione particolarmente fertile dell’editoria gastronomica britannica, evocando figure come Antonio Carluccio, che ha contribuito a diffondere una cultura del fungo fondata più sulla conoscenza che sulla paura. Libri come A Passion for Mushrooms di Carluccio, Mushrooms di Roger Phillips o The Mushroom Feast di Jane Grigson hanno infatti insegnato a generazioni di appassionati che raccogliere e mangiare funghi selvatici non significa esporsi a un rischio mortale, ma imparare a osservare la natura con competenza e cautela.
Secondo la scrittrice Jennifer Higgie invece, l’influenza dei funghi sull’immaginazione e il palato supera le loro dimensioni spesso modeste, facendo sì che per millenni questi organismi assumessero ruoli molteplici: alimento nutriente, rimedio popolare, sostanza allucinogena, status symbol, veleno e soggetto mutevole per artisti e scrittori. La loro presenza attraversa le culture più disparate, dalle pitture rupestri alle immagini di siti funerari, fino alle sculture in cui erano venerati per le proprietà psicotrope.
Nel ’900 la forma del fungo è diventata emblematica della devastazione nucleare, mentre nel XXI secolo lo studio del micelio – la rete sotterranea da cui nascono i funghi e che è responsabile anche di ridurre gli effetti dell’inquinamento e creare nuova vita dalla materia in decomposizione – ha aperto nuove prospettive sull’arte, il design, l’architettura e la comunicazione, al punto da suggerire forme di interazione tra organismi che ricordano un linguaggio condiviso.
Nell’arte occidentale la prima raffigurazione di un fungo è nel Trittico del carro di fieno del fiammingo Hieronymus Bosch, ma serve un occhio attento per individuarlo. In un’opera densissima di figure, sospesa tra visione morale e rappresentazione infernale, il fungo appare come una presenza marginale ma perturbante, collocato su una piattaforma rocciosa sopra la folla. Un elemento facile da trascurare, e proprio per questo tanto più significativo: non è noto infatti se Bosch facesse uso di sostanze allucinogene per dare forma al suo immaginario, ma è certo che nei boschi attorno alla sua casa a ’s-Hertogenbosch, nei Paesi Bassi, cresceva una grande varietà di specie fungine – commestibili, tossiche, psicotrope. La scelta di inserire quel fungo nel dipinto potrebbe essere un richiamo alle qualità allucinatorie e rivelatrici di questi alimenti, capaci di generare proprio quel tipo di visioni che la sua pittura incarna.
Dopo Bosch le immagini dei funghi si diffondono rapidamente nell’arte europea del ’600 e ’700, comparendo in numerose composizioni fiamminghe dedicate all’abbondanza della tavola. Nell’800 il fungo continua a oscillare tra osservazione scientifica e dimensione fantastica, con diverse artiste interessate alle scienze naturali che diventano importanti illustratrici botaniche. I pittori vittoriani ne fanno un simbolo di mondi soprannaturali, come accade nei disegni di John Tenniel che accompagnano il romanzo Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll: qui il Brucaliffo siede su un enorme fungo e invita Alice ad assaggiarlo, trasformando le sue proprietà psicotrope nel motore delle metamorfosi che attraversano il paese delle meraviglie.
Con l’ingresso nella modernità gli artisti ricorrono ai funghi per le ragioni più disparate: come soggetti di nature morte, fonte d’ispirazione per sculture biomorfe o indicatori di stati alterati di coscienza. Nel 1915 il pittore russo Il’ja Maškov realizza una natura morta con funghi che guarda alla tradizione olandese del ’600 ma la rinnova con pennellate energiche e prospettive deformate. Una decina di anni dopo Paul Klee trasforma il fungo in una creatura sospesa tra il vegetale e l’umano, mentre nel 1944 Wassily Kandinsky dedica a questi organismi il suo ultimo lavoro: un acquerello di forme stilizzate che fluttuano nel vuoto. Simbolo di trasformazione percettiva e rottura delle convenzioni, il fungo è protagonista del film Looking for Mushrooms (1959-1967) dell’americano Bruce Conner, viaggio attraverso il Messico alla ricerca delle specie allucinogene. La sua forma ispira le sculture di Kiki Smith e Sylvie Fleury, nonché le opere del giapponese Takashi Murakami, dove è al tempo stesso un cartone animato e un presagio dell’orrore nucleare.
Nel XXI secolo, con l’emergere della bioarte, si passa dal rappresentare i funghi al collaborare con essi. Artiste come Candice Lin e Nour Mobarak li inseriscono abitualmente nelle proprie creazioni, mentre mostre come Mushrooms: The Art, Design and Future of Fungi ne hanno esplorato il potenziale nell’arte, nel design e nella ricerca scientifica. Confermando la tesi del libro: più ci si addentra nel loro universo, più i funghi diventano complessi e misteriosi.
