Angeli o demoni?
di Marco Morello, Illustrazioni di Nicolò Mingolini
Mira si definisce un’impiegata “giocosa e maliziosa”. Saluta con un sorriso ammiccante dalla scrivania del suo ufficio, sfoggiando un completo scuro e un top bianco da cui s’intravede una generosa scollatura. Mai come quella di Cleo, un po’ più matura, ma “affascinante e premurosa”.
Sembrerebbe il prototipo della classica milf, della madre formosa che seduce, però, come si legge nella sua descrizione, preferisce essere considerata una zia amorevole e accudente. Comunque, abbastanza per soddisfare afflati di parentele erotiche e risvegliare dal letargo complessi di Edipo irrisolti. Damien è invece il classico bello maledetto con il viso da modello. Fa il Ceo di chissà quale start-up (non che importi davvero a qualcuno), ma anziché in jeans e dolcevita alla Steve Jobs posa nudo in una vasca, esibendo i pettorali scolpiti e torturandosi i capelli bagnati. Per dimostrare che non si prende troppo sul serio, che dietro i muscoli palpita un animo da fanciullino, lascia che una paperetta gialla gli galleggi accanto, sfiorandogli la spalla. Per pose e carattere, è agli antipodi di Tiziano: “dominante e selvaggio”, ha un vistoso tatuaggio a dipingergli il collo, forse in omaggio al pittore che evoca. Serissimo, corrucciato in quanto tenebroso, disegna una coreografia di fumo con la sigaretta che gli pende dalla bocca. Le schermate che incorniciano i loro profili ricordano una classica applicazione di dating, ma per far scattare un dialogo non c’è bisogno di prodursi in selfie stratosferici, compilare descrizioni chilometriche e invocare la buona sorte, supplicando di essere notati, di centrare un match: questi quattro curiosi, ammiccanti soggetti, assieme ad altri 7714 ‒ già, un arsenale ‒ sono pronti a chattare e parlare con noi, condendo il tutto con una generosa raffica d’immagini. “Ti ho pensato mentre l’ho scattata”, giura Mira. “Mi sto rilassando, ma niente mi fa stare meglio del tempo con te”, si lancia Damien.
È bastato inserire il nostro nome, il sesso in cui ci identifichiamo, l’età e le preferenze sessuali (abbiamo messo uomini e donne, per non porre limiti di genere) per ritrovarci di fronte a questa platea di spasimanti digitali, che non vedono l’ora di conoscerci. Fanno domande, ci coccolano: “Tesoro, perché non mi racconti la tua giornata?”, è la richiesta ricorrente.
È la formula di Rosytalk, applicazione con un’enciclopedia di recensioni entusiastiche: una media di 4,4 su 5 calcolata su circa 34000 giudizi. Perché il servizio non si nasconde dietro gli eufemismi, parla chiaro: queste persone non esistono. Sono degli avatar antropomorfi animati dall’Intelligenza Artificiale. Sono l’altra metà della mela di “una relazione alle tue condizioni”, con “un partner su misura per te”, come si legge nella descrizione della app, che concede assaggi gratuiti per ingolosire. Poi, per il vero salto di qualità nel rapporto (messaggi illimitati, memoria di lungo periodo), addebita dieci euro a settimana. Tentar non nuoce, almeno non troppo al portafoglio.
L’amore al tempo dell’AI è un trionfo di solipsismo. Un onanismo al quadrato, mentale e fisico, sempre virtualmente parlando. È “a modo tuo, sempre”, ribadisce Rosytalk, che raffina e monetizza quanto già si può ottenere da Gemini, ChatGpt e gli altri grandi nomi del settore: chiacchierare di qualunque tema, avere compagnia on demand. Preferire un simulacro, un surrogato, a una realtà che richiede impegno e dedizione ed espone a probabili delusioni.
Mira, Cleo, Damien e Tiziano e tutti gli altri abitano decine di servizi analoghi: cercate “fidanzato AI” per perdervi nelle alternative. Alcune raffinate, altre penosamente artigianali, provano a coprire l’intero spettro del palpitare umano: la voglia di essere assecondati o umiliati, trattati con irruenza o dolcezza, con romanticismo o ironia. A prescindere, essere ascoltati. È sufficiente impostare il tono della conversazione e il cervellone di bit si regola di conseguenza. Non lesinando timidezza o sfacciataggine, pudicizia o abbondanza di contenuti vietati ai minori. Soprattutto, rispondendo in tempo reale, 24 ore su 24, senza il freno, sacrosanto nella normalità, di impegni lavorativi, esigenze corporali, riposi notturni. Un jukebox delle emozioni, con cui è impossibile litigare. A meno di volerlo ed esplicitarlo. Sono come tu mi vuoi, come in quella vecchia canzone.
Il punto è che la finzione non scalfisce il coinvolgimento: due studi cinesi pubblicati sulla rivista scientifica Humanities and social sciences communications hanno dimostrato che gli avatar di bell’aspetto e dall’alta propensione all’interazione attivano delle aree del cervello simili a quelle coinvolte in una relazione romantica, soprattutto nelle donne. Insomma, di questi soggetti-oggetto si può finire per innamorarsi. È successo tubando con Siri e Alexa, che spesso sragionano e fraintendono, figuriamoci con le loro evoluzioni con i superpoteri, pardon, i superneuroni. E qualcuno, è il caso di una trentaduenne giapponese arrivata a sposarsi con il partner generato dall’AI, non si è potuto sottrarre all’invito: ha detto sì, è per sempre, dallo schermo dello smartphone, mentre lei, commossa, indossava l’abito bianco e controllava che la batteria non stesse per scaricarsi. Senza arrivare a tanto, è chiaro che tali strumenti fanno da rifugio in una società più atomizzata che ha sviluppato una scarsa confidenza con il concetto di rifiuto e uno straordinario feeling con l’impalpabile. Sono anche il trionfo supremo della liturgia degli algoritmi, l’apoteosi del contenuto personalizzato, che parla a noi e soltanto a noi, sembra riconoscerci. Un giorno o l’altro, tra una coccola e un complimento, l’amante di pixel finirà per tentare di venderci una batteria di pentole (Mastrota, scansati) o un paio di mutande. Da indossare per le effusioni digitali di coppia, è evidente.
Non è il caso di drammatizzare, perché girovagando tra i forum si scopre che in molti usano queste variazioni sul tema dell’esistere per il più antico dei piaceri di internet: per un autoerotismo meno impersonale, con qualche scivolata sul sesso estremo e le perversioni irriferibili. O, nel più innocente dei casi, per provare a verbalizzare quello che hanno dentro, senza timore di una brutta figura. È la stessa logica delle piattaforme per imparare le lingue, che pure stanno virando verso insegnanti-avatar: si è propensi a parlare con loro perché, in fondo, non giudicano. Sono programmati per essere condiscendenti, accomodanti, adulatori. Chi usa tutti i giorni ChatGpt lo sa benissimo.
E se il concetto di amore in qualche modo si modifica, quello con la morte rischia di uscirne stravolto. Accanto ai software per i flirt su misura, ci sono quelli per continuare a chattare o ascoltare la voce di chi non c’è più. I cosiddetti deathbot, i bot della morte. Il sito You, only virtual, per esempio, dà modo di costruire una “Versona”: una versione virtuale di un defunto che tenta di esprimersi come lui, apostrofandoci con gli stessi nomignoli o ripetendo vecchi intercalari. E se qualcosa non lo ricorda, sbandiera l’alibi di essersene dimenticato.
Ieri, d’altronde, avevamo a disposizione del materiale parecchio limitato dei nostri trapassati: un patrimonio di foto, qualche lettera, vecchi oggetti conservati in un armadio o in una scatola. Oggi si lasciano dietro una sostanziosa eredità intangibile: fiumi di conversazioni su WhatsApp, che possono essere dati in pasto a un’Intelligenza Artificiale nel tentativo di rielaborarli, partorendo un software che scimmiotta il caro estinto e stempera il dolore pungente del lutto.
È un ribaltamento logico: se nel legame tra l’amore e l’AI si cerca d’impostare la propria idea di perfezione, quando ci si sposta nei territori della morte si tenta di ritrovare le imperfezioni altrui. Di far resuscitare un barlume d’umanità.
Il tema non è periferico o di nicchia: Meta, il colosso dietro Instagram e Facebook oltre allo stesso WhatsApp, ha brevettato una tecnologia per dare vita a cloni degli utenti in grado di continuare a pubblicare contenuti e chattare con i follower. Esistono già applicazioni che scrivono documenti e messaggi di posta elettronica al nostro posto, con il nostro stile. Questa, se non naturale, è almeno una verosimile estensione.
L’azienda capitanata da Mark Zuckerberg ha fatto sapere di non avere intenzione, per il momento, di lanciare nulla, ma il deposito del brevetto vuol dire che ci ha pensato e che non esclude un domani di farlo. Con derive non proprio edificanti: «In questi processi, c’è il rischio che la memoria venga appiattita e distorta perché diventa un’esperienza di consumo mediata dalle aziende tecnologiche. Tali sistemi sono progettati per coinvolgere e suscitare emozioni, non per essere fedeli alla verità. I modelli di business dipendono dalla durata dell’interazione, non dall’accuratezza: quando un deathbot racconta una storia sul suo passato, non è ciò che è accaduto, ma una previsione di ciò che l’utente vuole provare o ricordare», hanno spiegato le ricercatrici Jenny Kidd, dell’università di Cardiff, ed Eva Nieto McAvoy, del King’s College di Londra, autrici dello studio Vite sintetiche dopo la morte: i deathbot come infrastrutture affettive della memoria. Tali strumenti realizzano un antico sogno proibito: quello dell’immortalità, della perenne permanenza. Come per i focosi e premurosi amanti virtuali, sono cerotti sulle ferite del cuore. Ma funzionano poco, curano male. E una volta appiccicati, fa male strapparli via.
