The Good Life Italia

Compagne di una vita

di Federico Fabbri

Ci sono legami che si consumano in fretta e altri che resistono nel tempo. Magari in silenzio, senza bisogno di dichiarazioni. Nel progetto Automotive Monogamy del fotografo Matteo Ferrari, il rapporto tra una persona e la propria automobile diventa il pretesto per osservare qualcosa di più profondo: il modo in cui gli esseri umani attribuiscono continuità alla propria vita attraverso gli oggetti che li accompagnano nel tempo. Le fotografie raccolte nel progetto mostrano proprietari ritratti accanto alla stessa vettura a distanza di decenni, spesso replicando una vecchia immagine di famiglia. Non è nostalgia automobilistica, o almeno non solo. È un atlante sentimentale dove s’intrecciano memoria, durata e fedeltà.

Fotografo di moda per oltre 15 anni tra Milano e Parigi (abita in Costa Rica al momento), Ferrari ha sviluppato Automotive Monogamy nell’arco di 25 anni, trasformandolo prima in una mostra, nel 2008, e poi in un libro pubblicato da Lazy Dog Press: 96 pagine, 35 dittici fotografici accompagnati da brevi e interessanti aneddoti. L’auto, in fondo, è uno dei pochi oggetti industriali che entra davvero nella biografia delle persone. Nella maggior parte dei casi non resta sullo sfondo: vi partecipa attivamente. È presente ai matrimoni come alle separazioni, alle vacanze estive o nei commuting professionali, tanto alle partenze definitive quanto ai ritorni, alle corse in ospedale magari per la nascita nel proprio figlio, fino ai traslochi o all’abbraccio con un grande amore. Sono chilometri che si accumulano, ma soprattutto episodi di vita che stratificano e si depositano. Per questo, osservando le fotografie di Ferrari, viene spontaneo chiedersi se i protagonisti abbiano conservato l’automobile o il pezzo di vita custodito al suo interno. «Penso che le due cose siano indissociabili», racconta il fotografo. «Tra i beni materiali, l’auto è speciale perché partecipa a molti momenti marcanti nella vita delle persone, piacevoli o no». Non sempre la scelta di tenerla per 40 anni nasce da un attaccamento romantico; a volte è qualcosa di più semplice e più radicale: quella vettura ha continuato a funzionare, e quindi, semplicemente, non c’era ragione di sostituirla. È forse questo l’aspetto più sorprendente di Automotive Monogamy: il progetto parla di automobili, ma racconta soprattutto la permanenza in un’epoca costruita e perfezionata sul ricambio continuo. Oggi cambiamo telefono, casa, lavoro, città, relazioni e identità digitali con una velocità che rende quasi sospetta qualsiasi forma di fedeltà. L’automobile, al contrario, è stata per decenni un oggetto destinato a durare. E chi sceglie di restare legato alla stessa vettura compie, consapevolmente o meno, un gesto controcorrente. Ferrari usa una definizione precisa: «In questo contesto, la fedeltà diventa quasi rivoluzionaria, nel senso letterale del termine». Ancora più straordinari sono i casi di chi non si percepisce come collezionista o nostalgico, ma semplicemente come qualcuno che non vede il motivo di sostituire ciò che continua a fare bene il proprio lavoro. Una forma di pragmatismo che oggi appare quasi poetica.

Augustin e Leandro Cappuccio con una Renault 5, a Villa Ballester, Buenos Aires. Quando e stata scattata la prima foto, nel 1994, Cappuccio stava cercando di vendere l’auto ma ha poi cambiato idea e 15 anni dopo ce l’aveva ancora. copia

Le immagini del progetto evitano accuratamente ogni antropomorfismo eccessivo. Nessuno parla dell’automobile come di una persona, nessuno le attribuisce emozioni umane. Eppure il legame emerge con chiarezza nei dettagli: chi non la fa guidare a nessun altro, chi non la venderebbe “per niente al mondo”, chi conosce ogni rumore del motore come si conosce il respiro di qualcuno con cui si vive da anni. È una relazione che non ha bisogno di essere verbalizzata per risultare evidente. Più che amore romantico, sembra una forma di familiarità assoluta. In molte fotografie si percepisce anche qualcosa di reciproco. Il proprietario ha custodito l’automobile, certo, ma l’automobile ha custodito a sua volta una parte dell’identità del proprietario. Ferrari riconosce questa lettura senza esitazioni: dopo decenni passati insieme, l’auto smette di essere soltanto un mezzo e diventa un elemento della definizione sociale di una persona. «Quando diventi il Maurizio che ha l’Alfetta da 30 anni, non averla più può diventare difficile, come perdere un pezzo di se stessi». È una dinamica interessante perché rivela quanto la memoria personale abbia bisogno di supporti materiali. Conserviamo oggetti non solo per ricordare, ma per mantenere stabile il racconto che facciamo di noi stessi. Alcune storie contenute nel progetto mostrano inoltre come il vero legame non sia tra individuo e automobile, ma tra generazioni. Ferrari cita quella di Mario Gerli e della sua Renault 16 come una delle più emblematiche. Negli Anni 70 l’auto apparteneva al padre, che la prestava al figlio durante la licenza dal militare e che arrivò persino a portarlo davanti alla fabbrica Renault di Boulogne-Billancourt dove la vettura era stata costruita, in una sorta di pellegrinaggio laico. In seguito l’auto passò allo zio, poi tornò a Mario dopo la morte del padre. In questa traiettoria familiare questa Renault diventa quasi un archivio mobile di relazioni, un oggetto che trasmette continuità emotiva più ancora che proprietà.

Guardando Automotive Monogamy si ha la sensazione che il tempo modifichi tutto senza necessariamente indebolire i legami. I volti invecchiano, i paesaggi cambiano, le carrozzerie mostrano segni d’usura, ma qualcosa resta sorprendentemente intatto. Ferrari, che lavora su questo progetto da anni, è convinto che la durata continui ad avere un valore emotivo profondo anche in una società ossessionata dal cambiamento. «L’essere umano è generalmente alla ricerca di stabilità», osserva. «La routine, la durata, l’attaccamento possono contribuire ad alimentare questa sensazione». Forse è proprio qui che il progetto tocca qualcosa di universale: l’idea che rimanere fedeli a un oggetto possa rappresentare, in fondo, un modo per restarlo a se stessi. La differenza tra possedere qualcosa e costruire una relazione con qualcosa, allora, non dipende dal valore economico dell’oggetto, bensì dalle esperienze che vi si depositano sopra. Il fotografo lo spiega con un esempio semplice: una felpa qualsiasi può essere sostituita senza esitazione; molto più difficile liberarsi di quella prestata alla persona amata durante il primo appuntamento. Gli oggetti diventano importanti quando smettono di essere intercambiabili, quando assorbono frammenti di vita. Le automobili fotografate in Automotive Monogamy non sono reliquie da museo né feticci da collezionista. Sono contenitori di tempo. E forse è proprio questo che rende il progetto così incredibilmente contemporaneo: ricordarci che, in un mondo progettato per accelerare continuamente, dove tutto tende all’omologazione, esiste ancora qualcosa di profondamente umano nell’idea del restare.

In alto, Aldo Rescia con la sua Autobianchi Primula nel 1966 e nel 2001. Sotto, luigi Aratari con la moglie e la FIAT 600 nel 1983 e nel 2001, entrambe le volte all’aeroporto di Linate.
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