Pamphlet per il caffè
di Federica Sala
A me piace la moka. Di più: mi piace tantissimo il caffè della moka. Quando mi sveglio alla mattina la prima cosa che faccio è proprio mettere sul fornello una moka. Dico una perché ne ho diverse, ma quello è un vezzo (o un vizio) da amante del design. E quei minuti, che passano in realtà in un batter di ciglia ‒ sarà anche perché gli occhi sono praticamente ancora chiusi ‒ sono propedeutici alla messa in moto del cervello. In attesa di sentire il tipico gorgoglio del caffè che sale e il profumo che invade la casa faccio dei gesti di routine come apparecchiare la tavola per la colazione con le mie figlie o disfare la lavapiatti. E sono proprio quei gesti, automatici, senza pensiero, che mettono in moto la mia giornata. Negli ultimi anni ho, come tutti, assistito all’inesorabile ascesa del mondo asensoriale delle capsule. Già solo il nome la dice lunga: capsula. E la mente in un attimo pensa al dentista, ai medicinali o a quella spaziale in cui il tenente Ripley si rifugia senza sapere che il nemico viaggiava insieme a lei (cit. Alien). Una “cosa” a mio parere asettica e poco sexy, nonostante il buon George Clooney abbia fatto tutto quello che era in suo potere per cercare di renderla un oggetto del desiderio. Ecco, se fosse una partita a calcio Moka 1 – Capsule 0 quanto a potere di seduzione.
La moka è lenta, te ne devi occupare, la devi seguire. Riempie l’aria di profumo e di calore. Le capsule sono fredde, leggermente stitiche quanto a risveglio dei sensi e hanno il solo e unico scopo di permetterti di fare un caffè in rapidità e senza sbattimenti. Che poi secondo me è molto più sbattimento: le devi ordinare, dovresti pure riciclarle separatamente perché se no inquinano. E ogni tanto vedi davvero qualche bravo cittadino recarsi con un sacchetto di capsule vuote verso la boutique del centro o nella ricicleria più vicina. Ma davvero? E pensare che una volta i fondi di caffè servivano a concimare le piante del balcone… Siamo ancora al primo tempo e per ciò che mi riguarda Moka 2 – Capsule 0. Ma forse è proprio questo concetto del tempo a disturbarmi più di ogni altra cosa. Questa fretta di fare veloci, di passare subito ad altro. La mattina di corsa quasi celebrando la memoria fantozziana, senza rendersi conto che si trattava di una feroce satira della società contemporanea e della sua monetizzazione del tempo. Per non parlare degli uffici dove la velocità di esecuzione del gesto porta quasi sempre le persone a bere un numero di caffè ben maggiore di quello che il buon senso ammetterebbe. Ma, ancor peggio, noto come negli uffici il caffè molto spesso sia servito quasi sulla soglia, appena messo un piede fuori dall’ascensore. Il sottotesto recita “non perdiamo tempo, andiamo dritti al sodo”. Zero convenevoli. Un ingresso a gamba tesa. Se continuassi la metafora calcistica saremmo al cartellino rosso. Perché il rito del caffè, a casa come al bar, nella vita privata come in quella lavorativa, aveva proprio lo scopo di creare una pausa, di favorire la conversazione e di stabilire un contatto umano tra le persone. La contraddizione della società odierna risiede proprio nel predicare bene e nel razzolare male. Da una parte si nomina l’empatia come requisito di base in ogni contesto, dall’altra si cancellano tutti quei rituali, come i famosi convenevoli intorno a un caffè, che proprio tale empatia la cementano.
Forse non tutti sanno che in Svezia negli uffici esiste la pratica della fika, sì avete letto bene e no, non è una battuta. Si chiama proprio così. Trattasi dell’irrinunciabile pausa di mezza mattina a base di caffè e di dolcetti che le aziende svedesi mettono come obbligatoria per favorire la socialità in ufficio. Ora, il fatto stesso che una cosa che dovrebbe essere spontaneo interesse e buona educazione diventi formalizzata come tassativa già la dice lunga su come socialità possa far rima con produttività… ma andiamo oltre. Il messaggio è chiaro e ce l’aveva già dato Camera Café per almeno due decenni: il caffè e quello che vi ruota intorno, dalle alleanze ai pettegolezzi, sono fondamentali allo sviluppo delle relazioni umane. Perché quando diciamo a qualcuno “Prendiamo un caffè?” in realtà stiamo dicendo “Ci vediamo per due chiacchiere?”. Un caffè è un ponte tra due persone. O tra due Paesi. Qualche anno fa, infatti, ero stata incaricata di curare una mostra a Taipei per il Taiwan Design Research Institute, si chiamava Connecting Cultures e raccontava 12 architetti locali attraverso una loro selezione degli oggetti preferiti della storia del design italiano. Quindi, non necessariamente le famigerate icone ma gli arredi preferiti da ognuno di loro.
Quello che ne venne fuori fu una fotografia, intima e originale, di come la cultura del design italiano avesse permeato l’immaginario taiwanese entrando nella vita quotidiana degli architetti stessi. Molti dei pezzi in mostra furono, infatti, proprio arredi delle loro case. Nel fieri di questa selezione insieme all’architetto Augusto Ling, che seguiva la grafica e l’allestimento, ci siamo resi conto che quasi tutti volevano inserire una moka. Da quest’evidenza nacque allora una sezione aggiuntiva della mostra con tutte quelle realizzate dagli architetti, alcune nuove di zecca altre usate, e una selezione di testate italiane abbinate a una carta da parati, fatta con le scansioni dei locali articoli di reportage sul Salone Internazionale del Mobile negli anni. Un vero e proprio caffè letterario. Un inno al valore della conversazione e del confronto. Perché prendersi il tempo di parlare, di confrontarsi, di pensare lasciando sedimentare le riflessioni credo sia una delle cose di cui oggi sentiamo di più la mancanza, tutti presi come siamo in quei racconti a senso univoco che i social network e i vocali di WhatsApp ci permettono. A far traboccare però la goccia dalla tazza e dare il la a questo pamphlet è stata un’agghiacciante scoperta la sera di Capodanno. Località: montagna. Scena: cena a casa di amici. Sullo sfondo il tradizionale conto alla rovescia televisivo per la mezzanotte. Sarà perché a casa non ho la televisione quindi fino a quel momento avevo ignorato la gravità della cosa, sarà perché mi è sembrata una follia – e penso che questo numero sull’importanza della scomodità e dell’anticonformismo sia nato in quel preciso momento –, sarà che ho visto passare la pubblicità di un noto marchio di tisane che lanciava le sue capsule, adattabili alle varie macchinette, per fare la camomilla, la tisana digestiva al finocchio o la melissa per dormire. Così, per non perdere tempo. Ma, mi chiedo io, le tisane non sono una cosa per rilassarsi prima di andare a dormire? O per fare due chiacchiere digerendo dopo cena? La tisana non sta al corpo come le coccole dopo l’amore? Si può davvero sentire l’esigenza impellente di farsi una tisana al volo, presto in meno di un minuto, come se fosse una sveltina? Si può avere fretta di rilassarsi? Non è un ossimoro? Pensateci, ma per me resta una vittoria a cappotto!
