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Stato di quiete

di Germano D’Acquisto

La prima vittima dell’Intelligenza Artificiale non è il fotografo. È la fotografia. O meglio, l’idea romantica che ci siamo costruiti dell’immagine fotografica negli ultimi due secoli. Abbiamo creduto che bastasse la luce a garantire la verità, che uno scatto custodisse un rapporto privilegiato con il reale. Roland Barthes scriveva che ogni fotografia testimonia ciò che “è stato”. Susan Sontag la considerava una prova dell’esistenza. Per quasi due secoli le abbiamo attribuito un’autorità quasi notarile. Poi è arrivata l’Intelligenza Artificiale. Non ha ucciso la fotografia. Ha incrinato la fiducia che avevamo riposto in lei. È da questa crepa che bisogna partire per comprendere Stato di quiete, il progetto di Giovanni Ferrario, recentemente esposto al Museo Ma*Ga di Gallarate. Perché Ferrario non usa l’AI per stupire, ma per mettere in discussione il nostro rapporto con le immagini. La domanda è semplice. Se un’immagine sembra vera pur non avendo mai avuto un referente nel mondo reale, quando abbiamo cominciato a confondere la somiglianza con la verità? Magritte ci aveva avvertiti quasi un secolo fa: Ceci n’est pas une pipe. Eppure continuiamo a comportarci come se ogni foto dicesse il contrario: questo è successo davvero. Ferrario parte da qui.

Giovanni Ferrario, Doppia luce (Stato di quiete), 2025.

Milanese, classe 1973, artista e teorico, insegna Fenomenologia e critica dell’arte alla Cattolica di Milano. Da anni attraversa fotografia, performance, pittura, scultura e linguaggi post-fotografici. Ma gli strumenti contano meno della domanda che li attraversa. Cos’è davvero un’immagine? Ogni pittore fiammingo costruiva nature morte che nessuno aveva mai visto. Ogni fotografo sceglie cosa lasciare fuori dall’inquadratura. Ogni immagine è già un’interpretazione del reale. L’Intelligenza Artificiale rende semplicemente impossibile continuare a fingere il contrario. «Poche persone distinguerebbero davvero un’immagine realizzata con l’AI da una foto», osserva Ferrario. «Ma il punto non è questo. Mi interessa capire se abbia ancora senso chiedere a un’immagine di rendere conto della propria origine. Sapere se è “vera” o “sintetica” conta meno di quanto sembri. Conta chiedersi cosa continuiamo a proiettare su una superficie che non ha mai avuto un referente materiale».

Giovanni Ferrario, Corpo d’aria (Stato di quiete), 2025.

È una riflessione che va ben oltre la tecnologia. Ferrario usa l’AI come un archivio impossibile. Da qui nasce Atlante del verosimile, il ciclo da cui prendono forma le 17 opere della mostra: oggetti che nessuno ha mai fotografato ma che sembrano appartenere alla nostra memoria, come se l’Intelligenza Artificiale non inventasse il futuro ma riportasse alla luce un passato che non è mai esistito. «Se chiedi alla macchina di confermare uno stile, ottieni ripetizione. Se le chiedi di rendere visibile ciò che la storia non ha documentato, la spingi in un territorio dove il risultato non è mai scontato». È qui che il progetto cambia prospettiva. Perché Ferrario avrebbe potuto scegliere qualsiasi soggetto. Ha scelto il più immobile di tutti. La natura morta. È una decisione quasi ironica. Per raccontare una tecnologia che macina miliardi di dati al secondo, decide di confrontarsi con il linguaggio artistico che, da quattro secoli, celebra l’immobilità. O almeno così ci piace credere. Perché la natura morta è sempre stata un piccolo inganno. Frutta che non marcisce, fiori che non appassiscono, bicchieri che nessuno svuoterà mai. Chardin, Zurbarán, Morandi: tutti hanno dipinto il silenzio sapendo benissimo che non esiste. Dietro ogni mela c’è già il tempo che la farà marcire. Dietro ogni vaso c’è la polvere che arriverà. La natura morta non racconta la quiete, ma il fragile equilibrio che precede il cambiamento. Ferrario sposta quest’intuizione dentro il XXI secolo. Le sue composizioni sembrano ritratti di oggetti reali. Eppure nessuno di quegli oggetti è mai stato disposto su un tavolo. Nessuna mano li ha toccati. Sono immagini senza passato. E la cosa più sorprendente è che il nostro cervello continua a fidarsi.

Giovanni Ferrario, Anatomia circolare (Stato di quiete), 2025.

Il titolo della mostra arriva dalla fisica classica. Uno stato di quiete descrive un corpo che non cambia posizione rispetto a un sistema di riferimento. Ma basta fare un passo nella fisica contemporanea perché tutto si incrini. La quiete assoluta non esiste. Anche ciò che appare fermo è attraversato da vibrazioni, energie invisibili. L’immobilità è solo un movimento che non riusciamo ancora a vedere. Vale per gli atomi. Vale anche per le immagini. Quelle di Ferrario sembrano immobili, ma sono il punto d’arrivo di milioni di calcoli e relazioni statistiche. Dietro una ciotola o un mazzo di fiori c’è una possibilità che, tra infinite altre, ha assunto proprio quella forma. Insomma, più che nature morte, sono nature possibili.

Giovanni Ferrario, Mimesi (Stato di quiete), 2025.

Oggi chiediamo spesso all’AI di essere spettacolare e sorprendente. Ferrario le chiede qualcosa di più difficile: essere imprevedibile. «Con l’Intelligenza Artificiale la sorpresa esiste sempre, ed è spesso il momento più interessante del lavoro. L’AI restituisce configurazioni di forma e luce che io non avrei saputo prevedere partendo dagli stessi dati. Il mio ruolo è riconoscere, tra migliaia di esiti possibili, quello che merita attenzione. È uno stato di quiete, un equilibrio provvisorio tra ciò che immagino e ciò che l’algoritmo restituisce. È un dialogo aperto all’imprevedibile e, direi, anche al mistero».

Giovanni Ferrario, Metageometria (Stato di quiete), 2025.

La parola soglia torna spesso nelle sue riflessioni. Una negoziazione continua, dove il gesto creativo non consiste tanto nel produrre un’immagine quanto nel riconoscerla quando appare. È una differenza sottile, ma decisiva. Perché sposta il ruolo dell’artista dalla mano allo sguardo. Di solito il dibattito sull’Intelligenza Artificiale oscilla tra entusiasmo ingenuo e catastrofismo. Ferrario sceglie una terza strada. Più lenta. Non gli interessa chiedersi se l’AI sostituirà gli artisti. Ma capire che cosa continui a rendere un artista tale. La risposta è semplice. «Nel futuro l’artista sarà sempre colui che decide quale vuoto colmare e quale immagine mancante della storia meriti di essere scoperta e condivisa. È un lavoro di sguardo e di pensiero prima ancora che di mano, e quello non si democratizza distribuendo l’accesso a uno strumento. Non si può essere Francis Bacon soltanto perché si ha un pennello tra le mani». Vale per la pittura ma anche per il cinema o per la scrittura. Perché gli strumenti cambiano. Ma nessuna tecnologia ha mai sostituito la parte più difficile del lavoro artistico: decidere cosa vale la pena guardare. L’Intelligenza Artificiale non sta cambiando le immagini. Sta cambiando gli spettatori. E, come tutte le rivoluzioni importanti, il problema non è la tecnologia. È quello che credevamo di sapere prima che arrivasse. 

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