Alla ricerca dell’aura magica del Monte Fuji
di Arturo Di Casola
Il fruscio di una pagaia scuote al mattino presto la tranquillità delle acque del Lago Kawaguchiko, il più grande tra i cinque ai piedi del vulcano Fuji, Fujisan in giapponese. Alla stessa ora, su ognuna delle terrazze sparse nelle prefetture di Yamanashi e Shizuoka e costruite appositamente per ammirare e fotografare il vulcano da lontano, schiere di turisti scattano selfie con il simbolico vulcano a forma di cono sullo sfondo. Due scene, due atmosfere che interpretano modi diversi di approcciarsi alla montagna più alta del Giappone e riconosciuta dall’Unesco, nel 2013, Patrimonio Mondiale dell’Umanità. In un sondaggio riportato la scorsa estate su un quotidiano giapponese, si chiedeva a turisti stranieri in Giappone quali fossero i luoghi ad averli spinti a compiere un viaggio in quel Paese. In tanti avevano risposto Shibuya, il famoso distretto di Tokyo, e il Monte Fuji. C’era perfino chi ammetteva di aver scelto il Giappone soltanto per Shibuya. Quanto al Fuji, invece, per alcuni visitarlo significava farsi una foto con la montagna sullo sfondo, pur a decine di chilometri di distanza. L’overtourism è arrivato anche in Giappone, e il Fuji, una delle tre montagne sacre del Paese (insieme ai monti Tate e Haku), ne è vittima. Al punto che nel 2024, nella cittadina di Fujikawaguchiko, ai piedi del vulcano, si è deciso di posizionare una barriera sopra l’insegna di un konbini (minimarket giapponese, ndr), per impedire che venisse utilizzata, così come lo era ogni giorno da centinaia di turisti, come quinta per i selfie che ritraevano il Fuji sullo sfondo. Pratica che causava parcheggio selvaggio e ingorghi stradali. Lo stesso pragmatismo, però, ha portato, altrove, a organizzare gli accessi a luoghi panoramici dai quali il cono perfetto del vulcano si vede senza ostacoli, come alberi o case. Perfino il famoso studio di architettura Kengo Kuma & Associates ha progettato, in prossimità della città di Shizuoka, un belvedere, che si chiama Nihondaira Yume Terrace, in forme ottagonali per permettere una visione ottimale del Fuji.
Il vulcano è stato fonte d’ispirazione per artisti di tutte le epoche; basti pensare alle stampe in stile ukiyo-e di Hokusai e Hiroshige, le Trentasei vedute del Monte Fuji, che ritraggono il vulcano in diverse stagioni e situazioni. I tempi sono cambiati: il famoso Fuji New Grand Hotel, in attività dal 1936 al 1975 nei dintorni del Lago Yamanakako non c’è più, e delle semplici locande che accoglievano i pellegrini di fede Fujiko al di là del grande torii (tradizionale portale sacro, ndr) in metallo di Fujiyoshida, che segna il confine tra mondo secolare e mondo spirituale, ormai non ne resta che qualcuna. Mentre prolifera l’ospitalità glamping in tutta l’area del Fuji. L’aura di sacralità, però, non è scomparsa. Nascosto da imponenti file di pini, un torii rosso segna non solo l’ingresso all’antichissimo santuario shintoista Kitaguchi Hongu Fuji Sengen-jinja, ma al Monte Fuji stesso. Sul torii, infatti, è scritto “la più grande montagna dei tre Paesi”, cioè Giappone, Cina e India, che nel Giappone antico costituivano il mondo allora conosciuto. Nel XVII e XVIII secolo il santuario era meta di tutti i pellegrini di fede Fujiko, religione che venera il Fuji come divinità, provenienti da Edo, l’antica Tokyo. E al santuario si celebra, il 30 giugno, l’apertura della stagione delle ascensioni al Fuji (consentite da inizio luglio a fine agosto): si saluta la fine del periodo proibitivo per la scalata a causa del clima, e si prega per quanti vi si cimenteranno. La fine del periodo delle scalate ricorre invece il 26 e 27 agosto nella cittadina di Fujiyoshida, con lo Yoshida Fire Festival. Dove vengono erette e accese per le strade del posto 80 torce, ciascuna alta tre metri, e contemporaneamente si assiste a una performance sciamanica di musica sacra kagura. Quando tutte le torce sono accese, sembra di vedere un mare di fuoco. Durante il festival vengono portati a spalla per le strade due mikoshi, piccoli santuari shintoisti, uno dei quali, in legno laccato rosso, rappresenta il Fuji. Lussi in stile glamping e antichi riti religiosi, santuari shintoisti che dovevano – e devono – essere visitati da chi scalava la montagna.
Sacro e profano, il Monte Fuji è così. E una volta immersi nell’acqua calda e rigenerante del Fuji Chobo-no-yu Yurari Onsen, uno degli onsen (sorgenti termali, ndr) più belli della regione, nei pressi del Lago Saiko, estasiati alla vista della luce calda del tramonto che dona al cono del vulcano un’aura magica, sembra che le due dimensioni, sacra ed edonista, s’incontrino. Nei pressi del Lago Yamanakako, il più vicino al vulcano, i piccoli minshuku (pensioni tradizionali, ndr) faticano a restare aperti, mentre sono sempre più i cartelli dog resort. Introdotto da un muretto in pietra, da cottage in legno e da un caravan Airstream in giardino, il glamping resort In the Mood declina in modo moderno l’architettura di montagna. Le stanze, arredate con generoso uso di legno, affacciano su giardini privati in cui comode sedute e grandi tendoni invitano al barbecue, per non mancare all’appuntamento con il tramonto: quando la silhouette del Fuji lì di fronte, disegnata dalla luce rosa e arancione, recupera tutta la sua potenza espressiva, smarrita nel viavai turistico del giorno. Sempre che le nuvole non si incaponiscano, come spesso accade, guastando la perfezione geometrica del cono. Ne sanno qualcosa i fotografi che rincorrono, da ottobre inoltrato a metà febbraio dalle rive del Lago Yamanakako, il “Diamond Fuji”: fenomeno del sole che, tramontando esattamente dietro la bocca del vulcano, si riflette per pochi attimi nelle acque del lago, assumendo la forma del diamante. Al mattino presto le rive del lago, prima che entrino in acqua i pedalò a forma di cigno, sono immerse nella quiete. Che diventa poetica quando la nebbia gioca a nascondere gli alberi, alti e folti, che connotano i lunghissimi viali nei dintorni dello specchio d’acqua. Ecco un aspetto che sfugge a chi si limita a fotografare il Fuji da lontano: il verde. Non è necessario immergersi nell’Aokigahara Jukai Forest, estesa per 30 kmq e nota anche come “mare di alberi”, che ricoprono i campi di lava lasciati dall’eruzione dell’864. Estese foreste di conifere, larici e cedri giapponesi ammantano di verde anche la Fuji-Subaru Line, strada (a pagamento) che consente di salire in auto sul vulcano fino a 2 300 m.
Chi si aspetta tornanti tra distese di colata lavica, resta deluso, perché è il verde a farla da padrone. Quel verde che abbraccia tutt’intorno il vulcano per decine e decine di chilometri e che si tinge, sulle propaggini collinari e pianeggianti, delle sfumature dei vigneti, dai quali si ricavano i vini di Yamanashi. Al termine della Fuji Subaru Line, a 2 300 m, il cono del Fuji diventa un po’ di tutto: immagine stampata su felpe e t-shirt, forma per dolci e biscotti e perfino il nome di un’acqua in bottiglia, l’acqua del Fuji. Anche un torii rosso rischia di confondersi tra i negozi di souvenir, ma è il portale d’ingresso al Komitake-jinja, il santuario shintoista posto più in alto e che custodisce la divinità Iwanaga-hime, sorella maggiore della dea Konohanasakuya-hime, riverita invece nei vari santuari Sengen sparsi nella regione. È solo a monte dei 2 300 m che il Fuji comincia a vestire i panni del vulcano: il verde man mano si dirada, la scalata incontra tratti rocciosi e impegnativi, che alcuni turisti sprovveduti pensano di poter affrontare in sneaker o sandali, e la nebbia e le nuvole rendono talvolta lunare il paesaggio marrone scuro del suolo vulcanico, screziato dalle lingue di neve che resistono all’estate.
Dal sentiero che gira tutt’intorno al cratere, a quota 3 776 m, la vista spazia a 360° e se non ci fossero spesso le nuvole a impedirlo, si vedrebbero tutti e cinque i laghi che danno nome alla Regione dei cinque laghi, Fuji Go Ko. Tra essi spicca il Lago Kawaguchiko, il più grande. Grazie alla sua posizione favorevole rispetto al vulcano, che permette di averlo perfettamente riflesso nelle sue acque, il lago è sempre stato meta molto ambita. E in seguito al riconoscimento del Fuji nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità, e successivamente alla pandemia – quando è esploso il turismo in Giappone – nei dintorni del lago si sono aperti molti resort, cavalcando anche la fantasia di molti architetti nel progettarli: come il Tocoro Mt. Fuji Camp & Glamping e Dot Glamping Fuji. Sono anche arrivati, qui come altrove in Giappone, investitori stranieri, e la scorsa estate è stata diffusa la notizia del proprietario – cinese – del Kumonoue Fuji Hotel, arrestato per il taglio abusivo di una fila di pini che ostruivano la vista del Fuji dall’hotel. A parte i resort, però, il Lago Kawaguchiko è famoso anche per la presenza di musei e gallerie d’arte. Su tutti il Kubota Itchiku Art Museum, che ospita la collezione di kimono realizzati dall’artista tessile Itchiku Kubota usando la tecnica di tintura tessile tsujigahana, che altrimenti rischiava di scomparire. I 104 kimono sono divisi nelle serie Mount Fuji, The Symphony of Light, Universe e Ocean. Più lontano dal lago, invece, il Fujiyama Museum raccoglie opere di artisti moderni e contemporanei che si sono approcciati al Fuji da prospettive diverse.
Il resort più ricercato di tutta l’area del Kawaguchiko è Hoshinoya, brand famoso in tutto il Giappone per aver attualizzato il concetto tradizionale di ryokan (locanda, ndr). È stato così a Karuizawa e Kyoto, che avevano alle spalle ryokan con una lunga storia, ma nel caso del resort nei dintorni del Fuji lo studio Azuma Architect & Associates, autore del progetto così come per tutti gli altri resort Hoshinoya, ha seguito un’idea diversa: glamping nella foresta, comfort e natura. I temi della caccia e della raccolta, con selvaggina fresca nel menu e verdura portata dai contadini locali, fanno sì che Hoshinoya Fuji non si allontani dal luogo naturale in cui è, ma allo stesso tempo la schiera di cubi bianchi, che sono le camere, dà al progetto un valore contemporaneo. Poltrire sulla terrazza della propria camera al caldo di un confortevole kotatsu (tavolino con una coperta per ricaldarsi, ndr), ammirando in ogni stagione i colori di pini rossi, ciliegi, ginkgo biloba e aceri, e ovviamente la sagoma del Monte Fuji con davanti il Lago Kawaguchiko, è un lusso per occhi e spirito. Se lo Shinrin-yoku, che significa bagno nella foresta, immersione nella natura, può ritrovarsi nel soggiorno (peraltro costoso) a Hoshinoya, l’espressione Kachou Fuugetsu, che significa migliore conoscenza di sé sperimentando la bellezza della natura sulla propria pelle, è insita nella scalata stessa del Fuji. Che tutti i padri giapponesi vorrebbero fare, una volta nella vita, con i propri figli.
