Legno, fango, spiritualità: le architetture di North
di Leonora Sartori
Racconta Rahul Bhushan, fondatore di North Studio: «Ho iniziato ristrutturando un vecchio edificio abbandonato dell’esercito britannico a Naggar, nell’Himachal Pradesh, in India. Era appena dopo il mio master in architettura, come estensione del progetto di laurea. Per sistemarlo, ho usato solo fango e legno. Ho lavorato con le mie mani insieme a dei volontari e ho vissuto lì, autosostenendomi e coltivando la terra». Lo studio North è nato così, come un esperimento di architettura, ma soprattutto con un’esperienza di vita reale alla ricerca di metodi antichi, riti quotidiani che si incastonano nelle fessure degli edifici e tra gli incastri delle travi. Nato per trasportare tecniche antiche e molto locali come quelle del regno di Kullu nel presente globale. La sua famiglia lo voleva ingegnere, sistemato, con un solido lavoro in ambito governativo. Invece, Rahul Bhushan ha cambiato strada per diventare un architetto sui generis, allo stesso tempo educatore, ricercatore e attivista. Non si tratta solo di uno studio di architettura, ma di un’organizzazione che sostiene la crescita economica delle comunità indigene e ne preserva la cultura e l’ambiente. Appassionato di architettura vernacolare, Bhushan si attiva per riportarla nel mondo moderno sottolineandone l’importanza, per le persone e per l’ambiente. La sostenibilità non è solo una filosofia, ma un modo di vivere. Come ci racconta partendo dal primo progetto post laurea fino alle collaborazioni internazionali di oggi. «Per rinnovare il vecchio edificio coloniale abbiamo lavorato in team, ci siamo concentrati sull’arte locale, sull’architettura Kath-Kuni, la stessa che ritroviamo per esempio nel tempio Bhimakali del XIII secolo; il team ha lavorato manualmente in ogni ambito: le aree circostanti, la deviazione dell’approvvigionamento idrico da un torrente, le connessioni elettriche, la rete idraulica, la stufa della cucina, l’estrazione delle pietre, il taglio degli alberi, la pittura dell’edificio e la costruzione dei mobili. La gente era curiosa e voleva imparare. Ho iniziato a tenere dei workshop sulla mia esperienza di ristrutturazione a Naggar e di come vivere off grid autosostenendosi». La cultura era sempre stata presente in una condizione di stasi, nascosta dietro pratiche tradizionali; Rahul l’ha riportata a galla e messa a disposizione del mondo di tutti, sul palcoscenico internazionale. «L’architettura che proponiamo parte da lì: dal modo in cui i templi, i palazzi e altri edifici storici hanno passato il vaglio del tempo».
Migliorare il mondo
L’edilizia moderna genera un impatto importante sulle emissioni di anidride carbonica perché impiega in grandi proporzioni cemento e acciaio, «ed è per questo motivo che è una missione importante cambiare il modo in cui costruiamo», spiega Rahul. Spesso la soluzione migliore è anche la più semplice: è quella davanti a noi, testata dal tempo, nata in comunione con lo spazio e con le risorse. Ed è un’architettura che cambia la vita delle persone coinvolte nei suoi progetti. North è uno studio ibrido e multidisciplinare, dove si studiano e condividono le tecniche architettoniche himalayane e si accolgono persone da tutto il mondo per capire come tradizione faccia rima con innovazione. E anche con sostenibilità e climate change. North lavora tra architettura, artigianato, ecologia e costruzione di una comunità, e ognuno di questi tasselli è imprescindibile dall’altro. L’approccio è quello che rende questo studio speciale: una visione olistica sulla materia del costruire e dell’abitare. «Mi piace che nel nostro studio ci siano tante competenze diverse», spiega Bhushan. «Abitare è come vivere, serve un atteggiamento olistico». Un concetto multifunzionale che studia, documenta, costruisce, accoglie e insegna nel campus tra le montagne. «Ci prendiamo cura del design degli interni, del masterplan, delle ristrutturazioni, fedeli a un atteggiamento che guarda alle persone e alla vita nel suo complesso. Ci focalizziamo sul legno – un materiale centrale anche se guardiamo al futuro –, ma usiamo anche blocchi di canapa e calce». La spiritualità nell’Himalaya permea ogni aspetto dell’esistenza quotidiana, non si tratta solo di costruire in modo diverso: «Un partecipante svizzero che ha frequentato il nostro workshop qualche settimana fa è rimasto molto colpito da questa profondità interiore. Non siamo qui soltanto al cospetto di un bel paesaggio montano, così come non si tratta soltanto di imparare tecniche di costruzione antiche. La spiritualità qui coinvolge ogni cosa, perché crediamo nella connessione cosmica. Lavorare per questa cultura e queste persone significa prendersi cura dell’Himalaya. È il mio ikigai, la mia ragione di vita. Mi hanno insegnato che devi essere d’aiuto e metterti al servizio della comunità; e non importa se lo fai lavorando come medico, ingegnere o altro: aiutare significa lasciare il mondo un posto migliore».
Come un dottore…
In un ambito che guarda sempre più alla praticità e alla standardizzazione dei processi, Rahul Bhushan porta avanti un’architettura responsabile, che pone al centro il buon progresso: «Penso che gli architetti siano come i dottori: dobbiamo dare il giusto consiglio e spingere lo sguardo a quello che accadrà dopo il nostro intervento». Quando ha abbandonato gli studi in ingegneria, si è appassionato alle architetture tradizionali: gli mancavano terribilmente. Vedendo intorno a sé edifici in cemento, si chiedeva perché non si potesse tornare a costruire come ai vecchi tempi: «Era tutto su una scala più “umana”, i materiali come legno e pietra avevano carattere, trasmettevano emozioni. Mi immaginavo come un mago che viaggiava sulle montagne a volo d’uccello, osservando dall’alto: facevo sparire tutti gli edifici in cemento e li sostituivo con foreste e case naturali in legno… Non ci sono riuscito, naturalmente! Ma una volta iniziata la mia ricerca sui metodi di costruzione indigeni non sono più tornato indietro. È ovvio, non si può fare un semplice copia incolla dal passato, ogni progetto va studiato in loco e ha la sua specificità. A breve verremo in Europa dove impareremo da un’altra realtà locale e useremo il nostro approccio per applicare nuovamente le conoscenze di un tempo a strutture moderne. Le tecniche vanno aggiornate al clima, ai bisogni e alle nuove tecnologie, almeno a intervalli di 50 anni».
Visita alla Dhajji Cabin
La struttura a due piani in legno e fango che oggi ospita la sede di North non è un retaggio o la realizzazione di un’idea bucolica, bensì un punto di partenza: «Ogni progetto a cui ci applichiamo dimostra che l’architettura tradizionale non è solo teoricamente riproponibile, ma è anche pratica, sostenibile e fa risparmiare, riuscendo a adattarsi al mondo moderno». Iniziato come un esperimento dieci anni fa, questo luogo dà forma alla ricerca di Raul sulle tecniche costruttive e abitative delle montagne. «È stato il primo passo per concretizzare la ricerca, un lavoro davvero on-site. La struttura è circondata dalla foresta su tre lati: il campus è un luogo dove viviamo, dove lavoriamo, dove accogliamo gli stagisti e le persone che vengono da tutto il mondo. C’è un giardino dove coltiviamo e mangiamo sempre tutti insieme». Due piani di 55 mq l’uno nelle montagne dell’Himachal Pradesh: è questo il luogo dove si svolgono i workshop e dove poter provare lo stile di vita locale, come ospiti. Hanno utilizzato tecniche costruttive Dhajji e Dewari, che mescolano muratura e legno, il tutto rivisitato e aggiornato: «La tecnica impiega una minima quota di legno e ha un’eccezionale resistenza antisismica». In legno di recupero locale, pietra locale, intonaco di fango, sterco di mucca e vetro riciclato, la casa non ha fondamenta e potrà essere rimossa facilmente in futuro. «Abbiamo affinato i sistemi costruttivi tradizionali ripensando gli snodi tra le travi, ottimizzando le tecniche. Così il sistema non è più lo stesso del passato, ma diventa attuale e pensato per il futuro». La Dhajji Cabin ha una bassa impronta di anidride carbonica, ridotta domanda energetica, alta traspirabilità e stabilità termica. Nelle sue attività, coinvolge gli artigiani locali in un processo continuo di aggiornamento e condivisione delle competenze locali. Lo scopo è costruire con responsabilità in un ecosistema fragile come quello himalayano, dove i flussi turistici mettono a repentaglio le identità e gli equilibri ecologici. È a suo modo un manifesto di sostenibilità ambientale, indicando nuove strade dal sapore antico. Reinterpretare il passato con ottica moderna: stiamo assistendo a un vero e proprio movimento di architettura vernacolare che incoraggia comunità in tutto il mondo a riscoprire conoscenze indigene, e da lì iniziare a costruire. n
