The Good Life Italia

L’algoritmo del silenzio

di Silvia Ugolotti

Il battello lascia il porto di Sørvágur e punta a occidente. Per 45 minuti la rotta costeggia promontori, archi di roccia e denti di basalto. Poi Mykines compare come una parete verde tagliata sul mare. Il porto resta nascosto fino all’ultimo, riparato in una fenditura. Dal molo si sale a piedi. Il villaggio è sopra: una manciata di case lungo il pendio, una chiesa, la scuola, pochi abitanti che si contano sulle dita delle mani, nessun negozio. Per circa sei mesi all’anno, quando il servizio marittimo s’interrompe, persone, posta e provviste arrivano in elicottero. Il mare circonda ogni cosa, eppure dal centro del paese quasi scompare. Restano le raffiche contro le facciate di legno, i richiami degli uccelli, i recinti che suddividono i pascoli. Dietro le case il sentiero sale verso Rógvu, da dove lo sguardo raggiunge la colonia di pulcinella di mare e il faro di Mykineshólmur. Lo si osserva da lontano, insieme ai faraglioni dove nidificano le sule.

Saksun è un villaggio nei pressi della costa nord-occidentale dell’isola di Streymoy (Foto Visit Faroe Island).

Il tempo cambia rotta

Da Mykines, la più occidentale, le Faroe si distendono verso est: 18 isole separate da stretti e fiordi, a metà strada tra Scozia e Islanda. Emergono dall’acqua in verticale. Gli alberi quasi non esistono. L’erba ricopre i tetti, risale i versanti, avvolge chiese e cimiteri. L’acqua scende ovunque, a fili sottili o in cascate improvvise, e il vento attraversa i villaggi senza incontrare ostacoli. La scena muta di continuo, senza concedere allo sguardo il tempo di fissarla. Le nuvole si abbassano sulle cime, la nebbia cancella una costa e pochi minuti dopo una lama di luce riapre il fiordo. Le strade attraversano tunnel scavati nelle montagne e sotto l’acqua, raggiungono isole che per decenni sono dipese dai traghetti; altrove, invece, è ancora il mare a decidere partenze e ritorni. Le distanze sono brevi sulla carta, imprevedibili nella realtà. Bastano una raffica troppo forte o un banco umido e lattiginoso perché una traversata salti e un’isola a pochi chilometri torni lontana. È questa instabilità a plasmare l’esistenza faroese e, con essa, l’essenza stessa del viaggio. L’esplorazione delle isole rifiuta sequenze rigorose: impone al contrario di osservare il cielo, interrogare le correnti, assecondare le maree e rassegnarsi all’attesa che una via torni praticabile o che il mare permetta a uno scafo di lasciare il porto. Nessun programma è mai definitivo. Cambiare direzione non significa cedere all’imprevisto, è il modo più coerente di incontrare le Faroe, sintonizzandosi sulla frequenza della loro natura sovrana e imprevedibile. «Anticipare una partenza, fermarsi in un porto mentre il vento gira, rinunciare a un sentiero o cambiare meta fa parte del gioco». Giorgio Codias, guida turistica ed esperto di Nord e altri luoghi remoti, ha trasformato l’imprevisto in un metodo di viaggio. Nei suoi itinerari per piccoli gruppi esiste una direzione, non un programma rigido: le giornate vengono definite sul posto, seguendo le condizioni del mare, la visibilità, l’apertura dei sentieri, gli orari dei traghetti e soprattutto la luce. Il suo progetto, Via dalla pazza folla, libera il viaggio dalla corsa ai luoghi simbolo. Non cerca l’inedito a ogni costo: alterna luoghi meno frequentati e mete note, ma raggiunte in un altro momento. È il time-shifting: partire prima, trattenersi più a lungo, raggiungere un villaggio quando i gruppi sono già altrove. «Cerchiamo luoghi meno conosciuti e un tempo diverso per attraversare quelli noti».

Il villaggio di Gjógv, sull’isola di Eysturoy, deve il suo nome a una gola marina lunga circa 200 m, utilizzata per secoli come porto naturale dai pescatori (Foto Visit Faroe Island).

La cura dei luoghi

In un arcipelago di circa 54000 abitanti e oltre 110000 visitatori, la concentrazione pesa più dei numeri. Poche decine di automobili e qualche bus bastano a saturare le strade di accesso ai villaggi. La pressione dei grandi flussi turistici modifica rapidamente l’equilibrio dei luoghi, sovraccarica gli spazi vitali delle comunità, consuma i sentieri, interferisce con la quotidianità. Da questa consapevolezza e dalla necessità di proteggere un ecosistema sotto pressione è nato Closed for maintenance. L’iniziativa, ormai un modello di turismo rigenerativo, chiude temporaneamente i siti più vulnerabili per trasformarli in cantieri ecologici. Qui, una task force di residenti e volontari lavora fianco a fianco per ripristinare percorsi e infrastrutture, facendo del viaggio un’esperienza di responsabilità condivisa. La stessa idea di cura, riportata dalla scala collettiva alla pratica quotidiana, prende forma a Mykines nel lavoro di Oda Wilhelmsdóttir Andreasen. Nata e cresciuta alle Faroe, ha scelto di vivere sull’isola e nel 2018 ha fondato Go Local, un’agenzia di eco-turismo impegnata nel guidare le persone nel rispetto della biodiversità locale. «Il suo approccio», conclude Codias, «trasforma l’escursione in un atto di custodia. Le passeggiate diventano così un esercizio di attenzione, fatto di soste, racconti e deviazioni».

Nel villaggio di Selatrað, sulla costa ovest (Foto Visit Faroe Island - Ingrid Hofstra).

Una capitale sull’acqua

Tórshavn, capitale di 20000 abitanti raccolta attorno al porto, è il punto da cui l’arcipelago si apre in tutte le direzioni. Nel raggio di pochi isolati, pescherecci e traghetti condividono il porto con caffè e gallerie. A Tinganes, gli edifici rossi del governo seguono il profilo della lingua di roccia che divide i due approdi: qui, attorno all’anno 900, si riuniva l’assemblea vichinga da cui sarebbe nato il parlamento faroese. Alle spalle, Reyni si stringe in vicoli di pietra tra case di legno nero, finestre bianche e tetti d’erba. Tórshavn conserva la misura raccolta di un paese e l’orizzonte culturale di una capitale affacciata sul Nord Atlantico. Nel quartiere antico, Áarstova traduce in cucina il rapporto diretto delle Faroe con la terra e il mare, l’agnello e il pesce. Il primo proviene da animali lasciati liberi sui versanti, tra erbe spontanee, salsedine e pioggia; il secondo segue ciò che il mare rende disponibile. «La cucina faroese racconta semplicità, onestà e legame con la natura. Non cerchiamo di reinventarla: lasciamo che siano gli ingredienti a parlare», spiega lo chef Bouzekri Yassine. Le preparazioni sono misurate, i sapori netti. Nelle piccole sale, tra legno scuro e luce bassa, l’ospitalità conserva la misura domestica del quartiere.

Il faro di Akraberg, all’estremità sud dell’isola di Suðuroy. Costruito nel 1909 è alto 14 m (Foto Visit Faroe Island ).

Sotto l’Atlantico

A nord di Tórshavn, Streymoy si allunga tra lo stretto di Sundini e l’Atlantico. La strada sfiora villaggi disposti lungo la riva, sale, s’infila fra versanti sempre più vicini. Tjørnuvík appare soltanto dopo l’ultima curva, chiusa in fondo a una valle che sembra convergere interamente verso il mare. Le case occupano il poco spazio rimasto tra la montagna e la spiaggia di sabbia nera. Di fronte si alzano Risin e Kellingin, il Gigante e la Strega. La leggenda racconta che arrivarono dall’Islanda per trascinare via le Faroe, ma furono sorpresi dall’alba e trasformati in pietra. Lui massiccio, lei sottile e inclinata, restano immobili in un mare che cambia colore al passaggio delle nuvole. Nelle ore centrali il parcheggio si riempie in fretta. I visitatori attraversano il paese, raggiungono la spiaggia, fotografano i faraglioni. Poi il flusso si ritira. Il vento spinge la sabbia verso le prime case, le onde battono sulla riva, qualche finestra si accende. Tjørnuvík torna allora alla propria misura: una comunità raccolta alla fine dell’asfalto, con le montagne alle spalle e l’Atlantico davanti.

Il Richard Tilney Bassett Átjan Wild Islands fFstival, il tratto di trail running delle Faroe (Foto Richard Nixon).

Isole gemelle e bosco nel paradiso

La strada scompare nell’Eysturoyartunnilin e scende fino a quasi 190 m sotto il livello del mare. Là dove i tre rami del tunnel s’incontrano, l’intervento di Tróndur Patursson avvolge la rotonda di luce azzurra e verde. Attorno al pilastro centrale corre una teoria di figure d’acciaio a grandezza naturale, unite per mano come nella tradizionale danza a catena faroese. La visione dura il tempo di un giro, poi il tunnel risale verso Eysturoy. Si prosegue tra fiordi stretti, cascate e montagne senza alberi, quindi si attraversa il Norðoyatunnilin e riemerge a Klaksvík. La città si distende fra due insenature opposte, mentre lungo le banchine si allineano pescherecci, magazzini, impianti di lavorazione e cantieri: il mare detta l’economia e il ritmo delle giornate. Poi la strada finisce e il mare torna a occupare lo spazio tra le isole. La traversata non è un tempo sospeso: appartiene già alla destinazione. Sul molo si aspetta insieme a chi torna a casa. Automobili cariche di provviste entrano nella stiva, seguite da furgoni, passeggini, cassette e borse della spesa. Si beve caffè davanti alle finestre rigate dalla pioggia mentre la costa mostra ciò che la strada nasconde: scogliere, grotte aperte, cascate che il vento disperde prima che raggiungano il mare. Il traghetto attracca a Syðradalur. Da qui un’unica strada risale Kalsoy, attraversa la montagna e collega i piccoli villaggi disposti lungo i fiordi, fino a Trøllanes. Oltre le ultime case comincia il sentiero per Kallur.

Per gran parte del cammino il faro resta nascosto dietro i prati inclinati, piccolo e bianco sulla punta del promontorio, quasi irrilevante davanti alla massa delle scogliere. Più avanti, una sottile cresta erbosa apre la veduta più vertiginosa sulla costa occidentale. Di fronte c’è Kunoy (la si raggiunge in auto da Klaksvík) con un villaggio. Alle sue spalle cresce una piccola foresta piantata oltre un secolo fa. Appena si entra, il vento perde forza e l’odore delle foglie bagnate prende il posto della salsedine. Gli abitanti chiamano la zona più rigogliosa frammi í Paradísi: davanti al paradiso.

Mykines, isola più a ovest, è il luogo ideale per osservare i pulcinella di mare (Foto Stefano Dall’Asta : Spazio Foto).

Scivolando verso sud

Da Kalsoy, il racconto scivola verso sud. Oltre le isole centrali, Suðuroy resta separata dal resto dell’arcipelago da più di due ore di mare. Poi entra in un tratto d’Atlantico dove le terre si fanno più rade. Stóra Dímun appare per prima; Lítla Dímun affiora poco dopo, ripida e scura, quasi sempre con una nuvola ferma sulla cima. Poco alla volta Suðuroy comincia a prendere forma davanti alla prua. L’isola si annuncia con montagne più larghe e versanti meno compressi. All’ingresso del fiordo, Tvøroyri, ci sono il porto, i vecchi magazzini commerciali, le case colorate. A est, la costa protegge porti e abitati; a ovest, le montagne precipitano nell’Atlantico senza riparo, mentre più a sud Vágur si allunga fra il fiordo e il lago, con le barche lungo la riva e le montagne serrate alle spalle. Poi le case si diradano. La strada sale tra pascoli e nebbie basse fino a Beinisvørð, una muraglia di roccia che cade per centinaia di metri nell’oceano. Sotto la scogliera, Sumba è l’ultimo villaggio. Le case sono vicine, raccolte attorno alla chiesa, protette dalla conca e, tuttavia, esposte a un vento che arriva dall’Atlantico. Da qui la strada continua ancora per pochi chilometri, fra pascoli bassi e rocce nere, fino al faro di Akraberg. Dopo non resta che il mare.

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