The Good Life Italia

Nel distretto della precisione

di Anna Scarano

Possiamo pensare a Jean-Jacques Rousseau, il filosofo ginevrino, e a Le Corbusier, l’architetto nato a Chaux-de-Fonds, come a due orologiai mancati? Sembra un’ipotesi azzardata, ma i padri facevano questo mestiere e il primo è nato in quella che è diventata la capitale dell’orologio, il secondo dove ancora oggi come un tempo si concentra la maggior produzione di orologi svizzeri. Un’area che si estende lungo l’Arco del Giura, da Ginevra fino a La Chaux-de-Fonds e Le Locle, che ha fatto della confederazione elvetica il Paese della precisione. Chi arriva in treno alla stazione Cornavin della città sul Lago Lemano e si dirige verso il centro cammina proprio nel quartiere Saint-Gervais dove, nel XVIII secolo, lavoravano migliaia di orologiai. Persino lo spazio sotto i tetti veniva sfruttato, ospitando le botteghe note come cabinotiers perché la miglior alleata di questi artigiani, in assenza dell’energia elettrica, era la luce naturale. Il loro era un lavoro certosino, che ancora oggi richiede un network di competenze specialistiche e all’epoca ogni famiglia coinvolta nella produzione ne aveva una. Saint-Gervais, quartiere vivace e popolare, crebbe e si guadagnò ben presto il nome di La Fabrique: un quinto della popolazione era impegnato a fabbricare orologi. Ma perché proprio qui è nata quest’arte secolare che non si è mai interrotta e ha saputo adattarsi ai cambiamenti? La spiegazione è legata a due fatti storici. Il primo risale al riformatore Calvino che, quando la città era piccola e circondata da mura, emanò nel 1541 alcune leggi in nome dell’austerità che proibivano l’ostentazione del lusso e quindi dei gioielli, attività che a poco a poco venne abbandonata e sostituita dalla produzione di orologi, non considerati tali. Poco più di 100 anni dopo, con la revoca dell’Editto di Nantes, arrivarono a Ginevra famiglie protestanti e fra di loro c’erano anche artigiani abili a produrre orologi. Il gioco era fatto ed è facile rintracciare i segni del passato in città. Per esempio nel Passage Malbuisson: ogni ora 42 figure di bronzo sfilano al suono dei rintocchi di 16 orologi, spettacolo musicale ispirato all’Escalade, la vittoriosa difesa della città contro gli invasori sabaudi nel 1602. Il presente è fatto di boutique gioiello dove chi entra ammira pezzi da collezione che portano la firma di Audemars Piguet, Vacheron Constantin (la più antica manifattura orologiaia del Paese), Jaeger-LeCoultre (che ha creato modelli simbolici come Reverso, Rendez-Vous e Master), Roger Dubuis (protagonista dell’alta orologeria contemporanea con i suoi segnatempo dedicati ai Cavalieri della Tavola Rotonda). Il tour a Ginevra seguendo le tracce dell’orologeria può cominciare proprio dagli esclusivi negozi di rue du Rhône, da place du Molard con la torre omonima conosciuta come Torre dell’orologio e i suoi dintorni. Il pavimento della piazza alterna pavé e blocchi di vetro che si illuminano la sera con scritte nelle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite che dicono “Benvenuto”. Benvenuti in una città internazionale in cui non c’è bisogno di chiedere che ora è perché persino ai Jardin Anglais c’è un orologio floreale in cui ogni minuto la lunga lancetta dei secondi percorre i 15,7 m della circonferenza del quadrante.

Initium organizza workshop di orologeria nella citta vecchia (Grand-rue 17), sotto la guida esperta di un mastro orologiaio (initium.swiss).

Nei panni di un maestro orologiaio

Oltre che vedere e ammirare i pezzi in vetrina ci si può anche avvicinare al mondo degli orologi partecipando a un workshop come quelli organizzati da Initium nella città vecchia (Grand-Rue 17). Uno prevede di smontare e rimontare un movimento meccanico manuale, in un altro si assembla il proprio orologio sotto la guida esperta di un maestro orologiaio selezionando ogni componente (movimento, cassa, quadrante, lancette). C’è persino l’elegante Kit Kairos, in similpelle nera o in pelle vegana blu, per chi vuole cimentarsi nell’impresa da solo a casa con tanto di tutorial video (nell’antica Grecia, kairos indicava la dimensione qualitativa del tempo, ovvero il momento opportuno o l’istante propizio, ndr). Si tocca con mano quanto siano microscopiche le viti e come inserirle negli ingranaggi richieda abilità e precisione. La stessa che si ammira nel Museo Patek Philippe, altra firma importante dell’orologeria, che accoglie all’entrata i visitatori con banchi da lavoro e strumenti antichi, insieme all’atelier di restauro del museo. Oltre alla collezione Patek Philippe, che offre un panorama di orologi da tasca e da polso realizzati fin dalla fondazione nel 1839, il museo ripercorre le origini di quest’accessorio attraverso le collezioni di orologi e smalti di origine svizzera, ginevrina ed europea dal XVI al XX secolo. Ci si muove in silenzio fra le teche che contengono circa 2500 orologi, oggetti preziosi e ritratti in miniatura su smalto. L’ultimo piano è stato riservato all’eccezionale biblioteca di 7000 opere dedicate all’orologeria. I volumi sono sistemati in librerie a temperatura e umidità controllata in modo da conservare manoscritti unici e preziosi. Un orologio è, da sempre, il prodotto di scienza, tecnica e arte decorativa. A tutto questo, ai maestri orologiai di Ginevra antichi e moderni, voleva rendere omaggio Philippe Stern, terza generazione alla guida della Maison familiare e ex presidente dell’azienda (dal 1993 al 2009). È a lui, scomparso lo scorso 14 giugno, che si deve la creazione del museo. Un progetto ambizioso e a occuparsi dei lavori di riqualificazione dell’edificio industriale che avrebbe ospitato il museo fu la moglie Gerdi che per due anni si sarebbe recata ogni giorno sul cantiere nel cuore di Ginevra. Con le idee molto chiare. “Volevo un ambiente caldo e accogliente, un museo di famiglia”, spiegò. E la sensazione è quella di entrare in un universo privato che custodisce orologi capolavoro della collezione Patek Philippe. Uno di questi è Grandmaster Chime, un orologio da polso con 20 complicazioni, dotato di svariate suonerie mai riunite prima nello stesso esemplare. E con una cassa reversibile, che può essere facilmente ruotata, con due facce di uguale importanza: una dedicata alle funzioni acustiche, l’altra al calendario perpetuo istantaneo. Ci vollero sette anni per realizzarlo. Due in più ne servirono per un altro orologio straordinario, il Calibro 89. Per la prima volta nella storia, un unico pezzo riuniva in sé 33 complicazioni, su un meccanismo formato da 1728 singoli componenti. In tutto ne furono creati appena quattro esemplari e il prototipo è oggi visibile, in una teca a parte, al Museo Patek Philippe.

L’atelier di restauro del Museo Patek Philippe, a Ginevra, ricrea un laboratorio dove dei maestri orologiai riparano e preservano capolavori dal 1839 a oggi.

Puntuali a cena

Da non perdere anche il Musée Atelier Audemars Piguet nella Vallée de Joux, a circa 80 km da Ginevra, nel Giura svizzero. Si tratta di una costruzione in vetro a forma di spirale accanto all’edificio più antico dell’azienda dove Jules Louis Audemars ed Edward Auguste Piguet fondarono il loro atelier nel 1875. A fine giornata, non resta che brindare a queste visite prenotando un tavolo al ristorante F.P.Journe il cui motto è: “Quando l’alta gastronomia incontra l’alta orologeria”. L’artista-orologiaio François-Paul Journe e lo chef stellato Dominique Gauthier hanno unito le forze e riaperto un bistrot leggendario, un monumento storico della ristorazione ginevrina, ultimo testimone dei grandi caffè e ristoranti che animavano la rue du Rhône alla fine del XIX secolo da cui sono passati ministri e capi di Stato a partire dalla fine della Prima guerra mondiale. Si gusta il menu seduti a tavoli con tanto di placca che ricorda i mastri orologiai del passato mentre sulle pareti sopra le boiserie antiche grandi quadri mostrano i componenti di alcuni orologi di François-Paul Journe. E nella prima sala c’è anche un prezioso orologio astronomico veneziano del ’700.

La Rade di Ginevra, il cuore della citta che da secoli scandisce il tempo dell’alta orologeria svizzera. Foto, gauvin@lapetoule.com

Verso le montagne di Neuchâtel

Cosa manca a un road trip a tema orologi? Continuare il viaggio per raggiungere in circa un’ora e mezza da Ginevra La Chaux-de-Fonds che con il vicino paese di Le Locle è stato insignito del titolo patrimonio Unesco. Si sale di 1000 m verso le montagne di Neuchâtel e l’impressione man mano che ci si avvicina è duplice. C’è la campagna con i pascoli ma anche gli stabilimenti che ruotano intorno alla produzione degli orologi e ai suoi componenti: calibro, molla, scappamento, bilanciere. Un tempo erano i contadini che, ognuno con una specifica competenza, si dedicavano a questa produzione durante l’inverno. Un bacino di manodopera che fa parte della storia dell’orologeria svizzera a cui è seguita, negli anni più recenti, un’innovazione che ha puntato sulla qualità. Ogni orologio di alta gamma è il risultato di abilità secolari e di innovazione tecnica perché, dopo la lucidatura, ogni parte metallica viene lavorata e assemblata a mano. Con 660 aziende e 65000 posti di lavoro l’orologeria svizzera opera principalmente nel settore del lusso. Sfilano così davanti agli occhi gli stabilimenti ed è a La Chaux-de-Fonds che si trova la manifattura Bianchet con sede a Neuchâtel. Nata nel 2017, ha una storia recente frutto della passione del suo fondatore, Rodolfo Festa Bianchet, che ha creato il marchio insieme alla moglie Emmanuelle Festa Bianchet ed è ora affiancato dal figlio Leonardo. Partiti da zero, ora producono 200 orologi l’anno di alta gamma, tutti con il tourbillon, il movimento che gira costantemente e che fra le complicazioni (si chiamano così) che possono essere aggiunte a un orologio, è una delle più complesse. «Una vera sfida premiata con l’ammissione a Watches and Wonders 2026, una delle fiere di orologi più importanti al mondo e che si tiene a Ginevra», precisa Leonardo Festa Bianchet. In questa occasione Bianchet ha presentato l’UltraFino rotondo abbandonando la cassa tonneau scelta fino ad allora per i suoi modelli. Sfida nella sfida l’uso del titanio per il tourbillon e non un altro materiale, difficile da lavorare ma particolarmente resistente. Sono orologi tecnici ma eleganti e sportivi, non a caso li si può vedere al polso di Flavio Cobolli, uno degli ambassador di Bianchet. Dalla collaborazione di Bianchet con Maserati è nato anche UltraFino Maserati, l’orologio Flying Tourbillon proposto in una collezione limitata di 100 esemplari unici che celebra il 100° anniversario dell’iconico simbolo del Tridente, ideato da Mario Maserati, ispirato alla Fontana del Nettuno di Bologna e apparso per la prima volta sulla Tipo 26 vincitrice della Targa Florio. «È una di quelle collaborazioni che definiscono un brand e che mettono in armonia la sua carta valoriale attraverso una serie di attività che un’azienda come Maserati fa al di fuori del proprio ambito», spiega Cristiano Fiorio, general manager & chief marketing officer Maserati. «Quando tra ricerca e meccanica entra in gioco anche il fattore emotivo, che si alimenta dietro partnership che condividono valori profondi, come nel caso di Bianchet e Maserati, domina il tema dell’italianità e del saper fare italiano. E con un brand giovane, ma dai valori solidi come Bianchet, la collaborazione appare meno scontata, avviene uno scambio fatto di valore storico e di tanta artigianalità. Tutti piccoli dettagli che fanno la differenza e che si nutrono di sensazioni: una vera rivoluzione in un mondo di supercar che urlano attraverso motore e carrozzeria, mentre la purezza e la sinuosità di McPura, per esempio, passa attraverso un appagamento sensoriale emotivo che non ha bisogno di apparire per essere vista e che incarna un’eleganza unisex, potente ma sempre gentile».

Raggiungendo il centro città e salendo sulla Tour Espacité, al 14° piano, si capisce la particolarità del posto e perché è entrato nella lista Unesco: La Chaux-de-Fonds ha una pianta urbanistica con vie perfettamente allineate e alti edifici con una serie di finestre fino al tetto. Il motivo ancora una volta è lo sfruttamento della luce, fondamentale per chi lavorava gli orologi e lo sviluppo della città è stato legato da sempre a questo settore. Lo ricordano appena si esce dalla stazione la sequenza degli orologi in acciaio così come il Museo internazionale di orologeria, il più importante al mondo. L’architettura dell’edificio è brutalista e il museo si sviluppa al di sotto del parco, una caverna di Alì Baba che contiene tesori e pezzi unici. Un excursus nella misurazione del tempo in cui spiccano fra i tanti altri pezzi unici di epoche diverse i quadranti e le casse di orologi decorati con smalti, in cui ogni colore andava singolarmente cotto al forno per fissarlo alla superficie metallica. Sono disegni complicatissimi che testimoniano come per arrivare a un risultato che stupisce per la sua bellezza si facesse ricorso a mani che racchiudevano un sapere tramandato nei secoli e che è arrivato fino ai giorni nostri con i modelli dell’orologeria di lusso.

Ultrafino Maserati, un’edizione limitata di 100 esemplari che rende omaggio all’incontro tra la performance di Maserati MCPURA e l’alta orologeria svizzera di Bianchet.
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