The Good Life Italia

Rally

Strade di fuoco, cuori e motori che hanno segnato l’epoca dei rally

È una notte lunghissima quella del 23 gennaio 1986. La temperatura in quota è di parecchi gradi inferiore allo zero e nonostante ciò, come da tradizione, il Col de Turini è gremito di gente. Definirli appassionati è riduttivo, sembrano degli invasati. Sono in 50 000: tra loro c’è chi ha raggiunto la propria postazione due giorni prima ed è rimasto lì, al gelo, per veder sfrecciare dei mostri sputafiamme, su quattro ruote, domati oltre i loro limiti da un manipolo di eroi ben più pazzi di loro. Per chi corre nei rally, e per chi segue questa disciplina micidiale spesso adombrata dai fasti della Formula 1, il valico che separa i paesini di Moulinet e La Bollène-Vésubie non è un colle come tutti gli altri. È una specie di cattedrale del motorsport. È lo stage decisivo del mitico Rally di Monte Carlo, che quell’anno – l’ultimo del Gruppo B, categoria di auto dalle prestazioni devastanti introdotta nel 1983 e sospesa per motivi di sicurezza proprio nel 1986 – è un evento massacrante: 36 prove speciali in sei giorni, 900 km cronometrati collegati da altri 3 000 di trasferimento su strade aperte al pubblico. Vertiginosi tornanti di montagna, tra asfalto, neve e ghiaccio.

Rally

s1985: the Audi Sport quattro during the Rally Monte Carlo

lancia delta: 46 vittorie e 10 allori mondiali in 9 anni, un record ancora imbattuto.

Le vetture in gara sono una sfida ingegneristica per chi le ha progettate, una sfida con la vita per chi ci è seduto sopra e schegge impazzite per chiunque le osservi. Hanno più di 500 cavalli, pesano molto meno di 1 000 kg e non vantano l’elettronica né la sicurezza di oggi. La folla di supporter che abbraccia le curve tortuose è divisa in due: da un lato i francesi che tifano il campione del mondo in carica Timo Salonen su Peugeot 205 T16 Evo 2; dall’altro gli italiani – e non solo – che furoreggiano per la Lancia Delta S4 in livrea Martini Racing guidata dall’asso Henri Toivonen. Lui, 29 anni, sta recuperando il distacco accumulato per via di un incidente con una vettura privata tra una tappa e l’altra. La sua S4 semidistrutta è stata sistemata come per miracolo dai meccanici sfruttando le brevissime soste assistenza e sta insieme grazie ai cavi elastici; il suo femore, invece, ha subito una sublussazione e fa parecchio male. Henri, spietato, vincerà la gara con oltre quattro minuti di vantaggio, assecondando le bizze brutali della macchina da rally più veloce mai concepita. Solo lui sapeva interpretarla così, al di là della ragione: chiunque è stato coinvolto in quest’epopea rallystica lo ha confermato. Eppure, qualche mese dopo, all’uscita di una curva in apparenza facile, il destino intrappolerà per sempre il pilota finlandese e il suo fidato navigatore Sergio Cresto nella S4, avvolta dalle fiamme sul fondo di un dirupo del Rally di Corsica. 

La favola del “Monte” vinto da Toivonen e il tragico epilogo della sua breve carriera sono uno specchio severo per ricordare tanto dei personaggi leggendari quanto quei capolavori d’ingegneria meccanica condotti letteralmente sul filo della vita. Storie di uomini e mezzi in sfida, vittorie e sconfitte che hanno lasciato un segno indelebile nel motorismo sportivo. Come quando Sandro Munari, il Drago di Cavarzere, vinse il titolo piloti 1977 alla guida della Stratos HF, la prima vettura di serie progettata pensando solo ai rally. Come la Delta S4, un altro gioiello da corsa di casa Lancia: motore V6 posteriore-centrale da quasi 300 cavalli – derivato da quello della Ferrari Dino – e carrozzeria in vetroresina. La bête à gagner, come la chiamavano Oltralpe, aveva sostituito la piccola ma coriacea Fulvia 1600 HF che aveva dato del gran filo da torcere alle velocissime Alpine-Renault A110 e alle più potenti Porsche 911. 

Rally

gli anni 70 e 80 del rallysmo mondiale hanno visto torino salire sul tetto del mondo, grazie a lancia, fiat e abarth: al museo mauto le icone più significative.

Un’altra pagina memorabile vede un altro bolide alla continua ricerca della sua traiettoria ideale fra due ali di folla in visibilio. È spinto da un cinque cilindri tedesco: un rombo inconfondibile, che ancora oggi meraviglia. È così potente che quando accelera le ruote anteriori quasi si staccano da terra, benché sia la prima macchina a trazione integrale vista in questa disciplina. Prima di lei nessuna, dopo di lei tutte. Stiamo parlando della Audi Quattro che, nel 1982, ha pure sfiorato il titolo piloti con due donne a bordo. La prima è Michèle Mouton, la seconda è la navigatrice italiana – ed ex driver – Fabrizia Pons. Solo un danno alla trasmissione durante il Bandama Rally di quell’anno impedì all’affiatato duo di mettere le mani su un traguardo epico che nessun’altra donna, da lì in poi, avrebbe anche solo lontanamente eguagliato. La corona finì, per la seconda volta non consecutiva, sulla testa di Walter Röhrl, ma la francese Michèle Mouton scrisse comunque il proprio nome negli annali. Merito della sua tempra, si capisce, ma senza dubbio anche della sua partner nell’abitacolo della furiosa quattro. 

Anche i copiloti, a pensarci bene, sono fenomeni, infatti. Seduti in macchina, scandiscono indicazioni centimetriche a chi guida, con un occhio sulla strada e uno alle note. Un conto è rischiare la vita guidando, un altro è rischiarla sul sedile passeggero, impotenti di fronte a un’eventuale imprevisto. Un coraggio da leoni. Oppure – nel caso di Fabrizia – da leonesse. Ma l’epopea non termina qui.Sul finire degli Anni 80, infatti, arriva Miki Biasion, che da Bassano del Grappa mette in bacheca due titoli iridati, diventando così – all’epoca – il terzo rallysta dopo Röhrl e Juha Kankkunen a vincere due mondiali, nonché il secondo, sempre dopo Kankkunen, a vincerli consecutivamente. Il suo cavallo di battaglia, manco a dirlo, è una Lancia: l’inarrivabile Delta – nelle versioni HF 4WD, Integrale ed Evoluzione – resta l’unica vettura del lotto ad aver collezionato sei allori mondiali di fila, dal 1987 al 1992.

gli anni 70 e 80 del rallysmo mondiale hanno visto torino salire sul tetto del mondo, grazie a lancia, fiat e abarth: al museo mauto le icone più significative.

Dai primi anni Duemila, regolamenti più restrittivi a favore della sicurezza di piloti e spettatori, unitamente al cambio di passo registrato dalle strutture comunicative che orbitano intorno alle Case impegnate nel Mondiale, hanno cambiato i giochi, rendendo questo sport più patinato e al contempo minando il rapporto tra team e tifosi.

I format di gara sono stati spettacolarizzati, vedere un rally da vicino è sempre un’esperienza da cardiopalma, ma quel sapore analogico, a tratti spaventevole e più umano è venuto meno. Per tutti i nostalgici, al Mauto di Torino fino al 2 maggio c’è la mostra The Golden Age of Rally. Un ricco percorso esperienziale farcito di video mapping, suoni e scenografie didattico-celebrative, colorato dalle protagoniste più iconiche e vincenti del trentennio volato tra i Sessanta e i Novanta del secolo passato. I modelli, perfettamente conservati, provengono dalla Fondazione Gino Macaluso, che da anni mira alla valorizzazione dell’automobile come oggetto di culto, capace di coniugare innovazione tecnologica e cultura umanistica, tradizione artigianale ed estetica del design d’avanguardia. Per rivivere il brivido degli anni adrenalinici che furono.

Follow us

Iscriviti alla nostra Newsletter