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Tornando a Buda, nostalgia della Mitteleuropa

Per il cambio di livello si possono scegliere due velocità: una repentina, accelerata, più turistica; l’altra graduale, pedonale, meno battuta. Per salire sulla collina di Buda, l’altra sezione della capitale, la grande terrazza che guarda Pest, c’è la storica funicolare che s’arrampica dalla pianura fino al castello: scenografica e affollata di gente, un assembramento armato di smartphone che malmena il paesaggio attraverso lo schermo, lo picchietta per mettere a fuoco, cerca di registrare un video per Instagram o qualche clip dal ritmo sincopato per TikTok. In alternativa, si fa leva sulle care vecchie gambe, uno scalino per volta, una rampa dopo l’altra: alcune brevissime, altre lunghe e ripide, a tratti sfidanti mentre s’addentrano in un parco, curvano tortuose attorno a una schiera di villette che fanno tanto Notting Hill londinese o giù di lì. È il metodo più scomodo, ma altrettanto raccomandabile e sensato, a patto di non avere qualche seria avversione al fiatone. Così si scopre con lentezza, con il proprio passo, come una città caotica e indaffarata ritrovi il fascino, il privilegio e il lusso di rallentare. Di rassomigliare ad altri luoghi, mantenendo la sua personalità: una Vienna poco algida, una Praga meno contaminata d’Occidente, priva di negozi orribili, catene improbabili, che s’armonizzerebbero nel contesto quanto un grattacielo eretto sui ghiacci dell’Antartide. Buda, senza perdersi in giri di parole, è semplicemente bellissima. Una carezza elegante data con spontaneità, una coccola raffinata per i lasciti della storia e il suo talento naturale di attrarre il capitale, di essere residenza degli abbienti, dei ricchi vecchi e nuovi. È il rifugio delle élite, senza tuttavia scivolare nell’ostentazione o nella pacchianeria. Non ha l’ansia di tradire la sua memoria, le inquietudini per il futuro che stanno riscrivendo la fisionomia di Pest. Al massimo torna indietro, recupera quello che era, razionalizza l’eredità, la restaura in un misto di pragmatismo e furbizia. È il caso del “National Hauszmann program”, quasi un gemello del Liget nel grande parco di Pest. E il suo contrario logico: niente architetture sperimentali tirate su da zero, strutture seducenti pensate a tavolino. Ci sono già, vanno solo rimesse a posto. Il progetto, con un impegno quinquennale iniziato nel 2019 e che da agenda dovrebbe proseguire fino al 2024, intende ridare splendore al castello (non che lo abbia perso, però viveva di troppi crolli e scricchiolii). Il fulcro della cultura ungherese, per riprendere la definizione, tra la deferenza e la tenerezza, usata spesso dai locali.

Buda

l’architettura interna della metro szent gellért tér.

una scalinata del bastione dei pescatori.

Il tentativo di mantenere una continuità, di non estinguersi

Tra gli interventi, restauri di piazze e di torrette, sale ricreate ripristinando mobilio, pavimenti, soffitti in legno realizzati a mano da artigiani ottuagenari raccordando epoche, recuperando una maestria. Il tentativo di mantenere una continuità, di non estinguersi. Un’idea di sviluppo armonico, un rimescolamento delle carte, anzi degli ambienti, che non cade nella falsificazione e nella spettacolarizzazione, ma mantiene una coerenza sbandierando la voglia di una rinascita. Un riscatto più tardivo che urgente: dopo aver tamponato a lungo le ferite lasciate dalla Seconda guerra mondiale, si è deciso, finalmente, di suturarle a fondo. All’occorrenza, ripartendo da zero. Il fine è pure turistico, ma in questo non c’è nulla di biasimevole. Nella stessa direzione guarda la creazione di una cittadella sul Monte Gellért, dove svetta la Statua della Libertà. Raffigura una donna che tiene una foglia di palma tra le braccia lanciate verso il cielo, è amatissima dai locali ma lascia un po’ delusi i visitatori. Non certo per la sua scarsa imponenza, ma perché arrivando fin lassù, oltre alle foto di rito, c’è pochissimo da fare benché, dai piedi della statua, si ammiri tutta Pest, in particolare l’area intorno al Ponte della Libertà, il castello nel suo insieme, con i vari strati, la cintura delle mura, le superfici squadrate, le rare rotondità. Sono scenari forse scontati quanto iconici, specie se è la prima volta che si visita la città. Ma di Buda è possibile esplorare anche il lato poco inflazionato, trascurato dai turisti. Un ottimo esempio è il Parco Millenáris, un po’ più defilato rispetto al lungo balcone che segue la traiettoria del Danubio. È stato inaugurato poco dopo il cambio di millennio, recuperando gli spazi di una zona originariamente industriale. C’è tanto verde, un laghetto, un centro culturale, spazi espositivi, un teatro dedicato alla danza ultimato nel 2019. Tutt’intorno, a creare un effetto di contrasto, le medesime architetture dei palazzi che si ritrovano nei punti nevralgici della collina. Un po’ come introdurre qualche anglicismo nell’ortodossia di un lessico. Contaminarlo con un esotico sfumato, che non suona irruente e dunque, in definitiva risulta piacevole. Per mescolarsi con i locali, assaggiare qualche prodotto tipico (crauti, patate, ricotta e la paprika, ingrediente principale della cucina ungherese) ecco lo Czakó Termelői Piacz, il mercato degli agricoltori, che si tiene durante il fine settimana.

Buda

la chiesa di san mattia

la funicolare che sale al castello di buda.

la sala di santo stefano, ricreata all’interno del castello

l filo rosso sono naturalmente i prodotti della terra, anche fiori oltre la frutta e la verdura, spesso succhi pronti da bere; e poi miele, marmellate, snack dolci e salati, in generale quella sensazione di freschezza, di perpetrare il rito dell’assaggio senza intermediari dal produttore al consumatore. Per essere serviti, dopo aver vagabondato tra le piccole bancarelle, ci si può sedere ai tavolini di uno dei locali di Bartók Béla út, il boulevard che taglia e s’addentra per Buda. Un nome su tutti è l’Hadik, per un drink o un pasto completo. Ha più di un secolo di storia, ma non è carico né caricaturale negli arredi: all’interno, mattoni a vista e tavoli di legno. Qualunque sia la propria agenda, desideri, priorità e ritmi, verso l’ora del tramonto è obbligatorio trovarsi fuori dalla chiesa di Mattia (che vale la visita, a pagamento) e iniziare a vagare per il Bastione dei pescatori, una sfilata di sette torri in stile neogotico e neoromanico che rappresentano le sette tribù magiare insediatesi qui prima dell’anno Mille, un’alternanza di terrazze e parapetti da cui si gode la vista dell’isola Margherita, di Pest e della collina Gellert. È a partire di qui che si coglie la duplicità di Buda e di Pest: è sopraelevato, ma guarda anche verso il basso; è storico – risale a inizio Novecento – ma contiene gli elementi del presente e del futuro. In un certo senso, è lirico, senza essere sentimentale: la musica e l’odore di fritto che salgono dai locali nel porticato temperano quanto basta l’aura di fiabesco, lasciando intatta l’identità di questa capitale con due anime. Terminata la contemplazione, accettate un consiglio: prendete le scale verso il Danubio, procedete a piedi con il Bastione alle spalle. Sarà scesa la sera e, una volta arrivati lungo il letto del fiume, troverete ad aspettarvi la sagoma illuminata del Parlamento. Lo scatto perfetto, il souvenir migliore di Budapest, lo si porta via da qui.

 

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