The Good Life Italia

L’Archeologa della Frutta

di Federica Sala

Ci sono storie che non si riesce a smettere di raccontare. Questa è una di quelle. Un po’ perché danno senso al nostro lavoro di giornalisti, un po’ perché sono universali, emblematiche di quel mix di passione e curiosità che, secondo me, è la caratteristica intrinseca dell’umanità nel suo genere. Eccomi quindi con un racconto, o addirittura un editoriale più che un articolo, di quello che spero sempre facciano i lettori quando prendono in mano il giornale che facciamo: appuntarsi le cose e andare a vederle di persona. Che si tratti di viaggi, di ristoranti e ancor di più se sono storie curiose. Spero sempre che il lettore non resista all’idea di toccare con mano. E così ho fatto io stessa in primis. Da lettrice ero rimasta affascinata dalla storia dell’agronoma Isabella Dalla Ragione, altresì nota come “l’Archeologa della Frutta”, scritto con le maiuscole perché questa vivace signora umbra si è inventata una professione che non esisteva, mossa dalla sua inesauribile passione congiunta per la storia e la botanica. La vicenda l’aveva raccontata uno dei nostri giornalisti (Nicola Scevola, ndr) su qualche numero passato di Lamborghini Magazine, uno dei prodotti editoriali di cui si occupa la nostra casa editrice e che dirigo sempre io. Questo l’antefatto. Lo scopo, come potrete immaginare, non era certo quella di rubargli l’idea e scrivere io un altro pezzo, ma semplicemente mi aveva così incuriosita la storia di questa signora che quest’estate, risalendo in macchina verso Milano dalla Calabria, ho costretto le mie figlie e la famiglia di amici che viaggiava con me, loro prole inclusa, beninteso, ad andare a visitare la Fondazione Archeologia Arborea a San Lorenzo di Lerchi, in provincia di Perugia. Per dare più consistenza alle mie motivazioni ho fatto leva sulla vicinanza con la Fondazione Burri a Città di Castello e sull’incredibile opportunità di vedere anche, nel paese adiacente, Monterchi, la Madonna del Parto di Piero della Francesca. Vuoi mettere il programma culturale ad alto contenuto educativo?

Mela Rosa Fragola

Con queste premesse siamo arrivati, con due ore di ritardo e dopo aver sacramentato assai nel trovare il luogo, imbricato nei boschi rigorosamente in area senza segnale, da questa istrionica paladina della biodiversità che è Isabella Dalla Ragione. Nata nel 1957 a Sansepolcro, in provincia di Arezzo, e laureata in Agronomia, Isabella ha un passato da attrice teatrale. Allieva del clown Pier Bilan della scuola di Lecoq di Parigi e di Iben Nagel Rasmussen del danese Odin Teatret nel periodo universitario, alla fine degli Anni 70, ha fatto parte della compagnia sperimentale del Teatro Studio 3 e questo è l’ennesimo ingrediente del fascino travolgente di questa signora che ha saputo trattenere per diverse ore tre milanesi scafati e quattro adolescenti, al punto che la visita è arrivata al secondo posto tra le cose più interessanti della vacanza nella nostra hit parade finale. Un successo oltre ogni immaginazione.

Isabella Dalla Ragione

ha saputo creare una professione che non esisteva, diventando una “Cacciatrice di Frutta”, come racconta il regista canadese Hung Chang nel suo documentario del 2013 The Fruit Hunters, dedicato a coloro che, come Isabella, lottano per il futuro della biodiversità andando a caccia di frutti in via di estinzione. E l’ha fatto divertendosi, viaggiando, imparando le lingue e incontrando milioni di storie interessanti, che nemmeno il convivialissimo pranzo – cui ci invita a casa sua – basta per esaurire tutti gli aneddoti che ha da raccontare. Creata insieme al padre Livio nel 1985, Archeologia Arborea è oggi una Fondazione che conserva circa 600 piante antiche, in particolar modo peri e meli tra le altre specie, andando a caccia di piante in tutto il territorio. Ma attenzione a non parlare di autoctone, perché Isabella ci spiega subito che l’unica pianta di natali mediterranei è il fico. Dimenticatevi infatti gli agrumi, le pesche e persino i mandorli che sono originari della Cina, ma anche la vite – ebbene sì pure quella – che viene dalla Georgia e l’albicocco che nasce in Afghanistan. Per non parlare delle mele kazake e delle pere siriane.

In quella che è una lunga lezione di storia e botanica in cui si passa da Alessandro il Grande a Marco Polo fino al ruolo dei monasteri benedettini nel divulgare le varietà botaniche nei territori – quel famoso Ora et labora che tutti ricordiamo dai banchi di scuola –, scopriamo che, a dispetto dell’incredibile varietà di pere medievali che Isabella cerca di proteggere (circa 300-400 varietà a regione nel 1800), in Italia oggi l’80% della produzione si riduce solo a cinque varietà e tutte provenienti dall’estero. Perché? Forse perché durano più a lungo, sono più grandi, si possono coltivare in modo estensivo o forse perché molte di quelle italiane erano pere talmente dure che si potevano mangiare solo cotte. Donde il lavoro del peracottaio, successivamente diventato sinonimo di qualcuno di umile e inaffidabile, forse perché in passato a cuocere spesso si buttavano anche le pere scadenti. Ma proprio perché non tutte le pere sono uguali, Isabella ci racconta della Monteleone, detta anche “bistecca del villano”, il cui alto potere nutritivo era talmente noto da essere citata in diversi testi del ’500 e ritratta in alcuni dipinti di Domenico Alfani. Perché questo fa un’archeologa della frutta: ricercare nelle biblioteche, su rarissimi testi medievali e rinascimentali, la storia agraria ma anche culinaria (e quindi sanitaria) dei luoghi.

La piccola chiesa di san Lorenzo è il fruttaio

Ecco quindi tornare utile il latino e il greco del liceo, ci siamo trovati in coro a dire alle ragazze! E della storia dell’arte, dato che Isabella passa il suo tempo anche a studiare i dipinti antichi nelle pinacoteche, nelle chiese e nelle collezioni private proprio come un detective cerca gli indizi. E fu così che trovò, dalle liste della spesa di un convento, la pera Fiorentina che tanti partigiani nutrì durante la Seconda guerra mondiale. A sostenere il suo lavoro non solo l’Università di Perugia, con cui collabora da anni e che fa parte della Fondazione (insieme all’associazione mondiale Biodiversity International e alla Fao) ma anche diverse regioni italiane con cui collabora (Abruzzo, Marche, Emilia Romagna e Lazio), ma anche realtà internazionali. Isabella ha, infatti, partecipato a un progetto di ricerca in Vietnam per la gestione delle risorse energetiche per salvaguardare le produzioni locali e dal 2011 collabora con il Pastila Museum di Kolomna in Russia ma anche con la Fondazione Tolstoy a Yasnaya Polyana, vicino a Tula, sulla ricerca e salvaguardia delle antiche varietà russe di melo. E proprio sul rapporto tra i frutteti e la letteratura russa verterà il suo prossimo libro, ma questo me lo farò raccontare alla prossima visita.

Tra le storie che ci ha raccontato vorrei chiudere con la mania di Luigi XIV, il Re Sole, per le pere. Passione tale che il suo giardiniere, Jean-Baptiste de la Quintinie, aveva il compito di continuare a innestare nuove varietà perché il re potesse assaggiare sempre nuove pere, abbinandole ai moltissimi formaggi francesi di cui andava ghiotto. Magari cogliendole direttamente dalla groppa del suo cavallo grazie all’astuta invenzione del giardiniere che per primo fece crescere gli alberi a spalliera o a candelabro. La ricerca e le invenzioni di De la Quintinie furono da lui stesso catalogate, nel 1690, nel trattato di pomologia Le parfait jardinier arrivando a individuare ben 500 pere nel frutteto reale. E su quest’aneddoto una delle ragazze commentò: «Come il custom made ma su cose utili che si mangiano, invece che su inutili borsette». Che dire? Realmente ispirazionale.

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