The Good Life Italia

L’ultima copia del mondo

di Silvia Ugolotti

Il futuro non corre su server o promesse tecnologiche. Sta al buio, dentro una montagna. Ha la forma di una scatola ben sigillata, di pellicole speciali e archivi che riposano sotto il permafrost in due diversi caveau, separati da chilometri di ghiaccio e uniti da una stessa domanda: cosa salvare quando tutto potrebbe perdersi? Al 78° parallelo nord, l’interrogativo ha un senso. È qui che si è scelto di proteggere il mondo che verrà.

Il Global Seed Vault e una lama di cemento infilata nella montagna. E come un backup della vita vegetale coltivata, che conserva 1.386.102 varieta di semi.

Nel Mar Glaciale Artico, dentro uno spazio attraversato da rotte future e tensioni geopolitiche, dove la natura si manifesta con una bellezza severa, le Svalbard sono un laboratorio ideale per studiare il Pianeta e, in qualche modo, per provare a custodirne una parte. In questo mondo estremo, la parola chiave è preservare. Terre dei 2100 ghiacciai, del sole che non si spegne per mesi e del buio compatto che, in inverno, sembra assorbire ogni distanza, qui la geografia pare arrivata al proprio limite: isole senza alberi, montagne scure, ghiacci che scricchiolano, orso polare, venti catabatici. Spitsbergen è l’isola maggiore dell’arcipelago e Longyearbyen, il suo centro amministrativo e sociale, una piccola città di frontiera dove la vita quotidiana convive con studi e ricerca. Qualcuno l’ha definita la “Harvard dell’Artico”, per la concentrazione di chi arriva fin quassù a occuparsi di geologia, glaciologia e trasformazioni del clima. Tra le case basse di Longyearbyen e il porto, lo Svalbard Science Centre è una grande struttura color rame, progettata dallo studio norvegese Jarmund/Vigsnæs e che sembra atterrata tra la neve. All’interno convivono l’University Centre in Svalbard, il Norwegian Polar Institute e lo Svalbard Museum aperto a chiunque voglia approfondire la storia naturale e culturale di questo straordinario arcipelago. La sua forma stellare, con cinque bracci che si aprono da un nucleo centrale, richiama insieme l’idea di orientamento e quella di esplorazione; il rivestimento in rame dialoga con la luce tagliente dell’Artico e con la memoria mineraria.

Poche strade, case basse, miniere dismesse, renne che attraversano la periferia con l’indifferenza di chi abita qui da più tempo degli uomini: a Longyearbyen vive una comunità provvisoria e altamente specializzata. Cultura e lifestyle si concentrano in città dove le vie non hanno nomi, ma numeri, come accadeva nei tempi della miniera e la rete stradale è ridotta all’essenziale: una quarantina di chilometri in tutto. Orientarsi è semplice, la strada principale funziona da spina dorsale del paese e mette in fila, uno dopo l’altro, quasi tutti i luoghi della vita quotidiana, dai caffè alle gallerie d’arte ai negozi di abbigliamento tecnico e sportivo.

Il Global Seed Vault sfrutta le condizioni naturali del permafrost. I semi sono conservati a -18 °C in pacchetti sigillati e in scatole.

Appena fuori dai confini cittadini, c’è il deserto artico. Non ha dune né miraggi, ma ghiaccio e silenzio. Ogni escursione, anche la più organizzata, resta un’esperienza di frontiera, con un meteo capace di cambiare umore in pochi minuti. A volte può capitare di trovarsi avvolti dal whiteout, il buio bianco quando cielo, terra e orizzonte si cancellano in un’unica superficie lattiginosa per diventare vertigine. Sempre si parte con guide esperte, abiti tecnici e procedure precise, perché oltre il perimetro dell’abitato circola l’orso. Che si scelga di andare in slitta dietro agli husky, in motoslitta verso fronti glaciali in inverno, in barca e kayak quando il mare si scioglie, l’avventura (parola troppo larga, spesso allentata da un uso facile) alle Svalbard torna a essere qualcosa di concreto.

È qui, in questa geografia senza indulgenza, che l’idea di conservare assume una forma tangibile, quasi paradossale. In un arcipelago dove tutto appare provvisorio, la presenza degli uomini, le case basse, la vita esposta ai venti e alle tempeste, si custodisce ciò che altrove rischia di scomparire: la vita e la memoria. Da una parte il Global Seed Vault, la cassaforte mondiale dei semi, nata per mettere al sicuro la biodiversità agricola del Pianeta. Dall’altra l’Arctic World Archive, dove patrimoni digitali vengono trasferiti su supporti concepiti per attraversare i secoli. Sono a pochi chilometri da Longyearbyen sopra l’Adventfjorden.

L’Arctic World Archive si trova in una miniera di carbone dismessa, dove grazie al permafrost possono essere conservati digitalmente documenti, opere d’arte, archivi culturali e testimonianze.

Il Seed Vault è una lama di cemento infilata nella montagna. Funziona come una copia di backup, un hard disk esterno della vita vegetale coltivata, pensato per garantire la continuità alimentare in caso di guerre, crisi climatiche, disastri naturali. «I semi sono al tempo stesso i mattoni della vita e memoria collettiva. Proteggerli significa salvare le nostre possibilità per il futuro», spiega Stefan Schmitz, direttore esecutivo del Crop Trust. «Ogni campione racconta una lunga storia di adattamenti, terreni, climi, scarsità d’acqua, condizioni ambientali estreme. Ma anche di abitudini e tradizioni: ogni seme porta con sé una geografia di saperi, relazioni, economie, legami profondi tra cibo e territorio». Perdere una varietà agricola equivale a perdere anche un sapore, una ricetta, un paesaggio coltivato, il modo in cui le società hanno imparato a nutrirsi. Gestito dalla Norvegia insieme al Nordic Genetic Resource Center, NordGen, e al Crop Trust, il Global Seed Vault sfrutta le condizioni naturali del permafrost. I semi sono conservati a -18 °C, in pacchetti sigillati e in scatole depositate secondo il principio della black box: la proprietà resta al Paese o all’istituzione che li ha inviati, e solo quel depositante può richiederne il ritiro. È una cassaforte, certo, ma anche un patto di fiducia internazionale. Durante la guerra in Siria, il sistema ha già dimostrato la propria utilità. L’Icarda, International Center for Agricultural Research in the Dry Areas, non era più in grado di garantire la piena attività della sua banca genetica nei pressi di Aleppo. Per evitare che anni di ricerca e migliaia di varietà selezionate per resistere alla siccità, alla scarsità d’acqua e a condizioni ambientali estreme andassero perduti, l’istituto chiese di ritirare i duplicati conservati alle Svalbard. Quei semi servirono a ricostruire le collezioni in Marocco e in Libano. Così, un patrimonio agricolo minacciato dalla guerra ha potuto riprendere vita altrove. Nel febbraio 2026 è entrato per la prima volta anche l’olivo dalla Spagna, una pianta di luce e calore in uno dei luoghi più freddi e remoti del Pianeta, un ingresso simbolico, dentro un archivio che continua a crescere: il totale dei campioni custoditi ha raggiunto quota 1386102.

Un pugno di case basse colorate si fa notare tra i ghiacci di Longyearbyen. Foto di Marie Nystad Helgesen.

Poco distante, dentro la Gruve 3, una miniera di carbone dismessa, si trova l’Arctic World Archive. Dove un tempo si estraeva carbone, oggi il permafrost conserva documenti, opere d’arte, archivi culturali e testimonianze. L’Arctic World Archive è nato grazie alla società norvegese Piql, specializzata in conservazione digitale a lunghissimo termine. La tecnologia alla base è la PiqlFilm, una pellicola concepita per conservare dati in modo durevole e offline, senza dipendere da cloud, server o hardware destinati a invecchiare. In un presente che affida quasi tutto a infrastrutture invisibili, esposte a blackout, obsolescenza e attacchi informatici, l’Arctic World Archive sceglie la strada opposta: «Conserviamo manoscritti, software open source, spartiti annotati, lingue a rischio di estinzione», racconta Rune Bjerkestrand, fondatore di Piql. Il catalogo sembra una mappa del sapere umano, dal diritto all’arte, dalla musica alla tecnologia, dalla letteratura agli archivi istituzionali, ma il punto non è solo che cosa salvare. È come farlo arrivare oltre il nostro tempo. Un file nel cloud rassicura perché sembra ovunque; in realtà dipende da energia, server, password, aggiornamenti, formati destinati a cambiare. Awa affronta il nodo decisivo: come rendere i dati leggibili anche quando gli strumenti con cui li abbiamo prodotti non esisteranno più. Nel caveau sono già entrati materiali di natura molto diversa, e proprio questa eterogeneità chiarisce la funzione dell’archivio. La Biblioteca Vaticana ha depositato, tra gli altri contenuti, una copia della Divina Commedia; il National Museum of Norway copie digitali di opere del proprio patrimonio; governi e istituzioni costituzioni e documenti culturali. Anche l’European Space Agency e l’Unicef, ad esempio, hanno utilizzato la struttura per proteggere sezioni significative dei propri archivi. Il caveau non è accessibile ai visitatori, ma i tour della Gruve 3 arrivano fino al suo ingresso e ne raccontano i depositi più significativi. Da lì in poi, il patrimonio custodito rimane invisibile, affidato alla roccia e al tempo.

Le pareti gelate di un ghiacciaio delle Svalbard mostrano il caratteristico colore blu, dovuto alla compressione della neve accumulatasi nei secoli. Foto di Rune Dahl.
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