The Good Life Italia

Il giro del mondo in 80 sfilate

di Paolo Ferrarini

Illustrazioni di Elisa Macellari

La moda trova la propria essenza in oggetti capaci di comunicare. È un sistema di segni che costruisce senso attraverso forme, materiali e riferimenti culturali, al punto da poter essere considerata un linguaggio. Se l’haute couture è una lingua universale, il suo vernacolo è il costume: un insieme di stili e codici che diventano comprensibili proprio perché radicati in un contesto.

Inoltre, il mondo del fashion va da sempre lontano dalle sue origini in cerca di spunti, soprattutto nel mondo globalizzato contemporaneo. A volte trova nutrimento e idee sotto casa, ma spesso parte per lunghi viaggi di caccia e raccolta. Come ogni viaggiatore attento, sa vestirsi e travestirsi, adattarsi ai contesti, magari utilizzando elementi base della lingua del posto. Ma come può arrivare a farsi capire veramente?

Dall’Europa alla conquista del mondo

Non scordiamo che ovunque vada, la moda parla di se stessa, spesso partendo dal racconto delle sue origini e delle sue innovazioni, proponendo la sua unicità per differenza con il luogo nel quale si presenta. Sempre più attenta a non volersi appropriare culturalmente degli elementi stilistici del Paese in cui arriva, entra in punta di piedi e si propone come diversa, affermando di essere un ospite che vuole farsi guardare, ammirare e quindi accettare. Oggi diamo per scontato che le sue manifestazioni siano un evento planetario e che le sfilate si possano tenere in qualsiasi angolo della Terra, ma si tratta di un fenomeno relativamente recente. Le prime passerelle si tenevano a Parigi, con qualche occasionale presentazione in giro per l’Europa e negli Usa. Ma la moda necessitava di un pubblico sempre più grande. Ecco, dunque, che questi primi defilé cercavano di andare oltre Europa e Stati Uniti, ma erano tentativi timidi, dove lo stile francese e italiano veniva sostanzialmente proposto come una carta per il successo, con un atteggiamento che forse non si poteva definire colonialista, ma sicuramente di supposta superiorità. Nel 1979 si aprì timidamente la Cina, con una presentazione di Pierre Cardin, rigorosamente riservata ai professionisti. Seguirono Yves Saint Laurent nel 1985 e Laura Biagiotti nel 1988. In queste occasioni si proponevano collezioni praticamente identiche a quelle pensate per gli altri mercati, ma le cose cambiarono rapidamente e la moda dovette mutare il proprio atteggiamento per conquistare il mondo.

Moda o costume?

Assieme al mercato, cresce anche l’ambizione degli stilisti. Il racconto delle origini, dell’atelier, del laboratorio, della tradizione cerca di diventare digeribile a tutti i palati. Ci sono due modi per farlo: portare il proprio progetto all’estero cercando di parlare una lingua franca o condurre il mondo a casa e insegnare il proprio idioma. La prima strada è quella rappresentata da Armani, la seconda quella resa celebre da Dolce&Gabbana.

Giorgio Armani non è stato il primo stilista a organizzare le proprie sfilate all’estero, ma probabilmente è quello che meglio di ogni altro ha saputo adattare la propria visione a quella del luogo in cui è arrivato. La massima espressione si trova a partire dal 2007 con la serie delle One Night Only, tour mondiale di eventi unici in cui vengono presentate collezioni totalmente nuove, oppure aggiornate sul gusto locale. In particolare, durante la sfilata di Pechino del maggio 2012, alla collezione Privé sono stati aggiunti 15 look-tributo creati ad hoc, contraddistinti da un inedito verde giada. Il gran finale era riservato a un abito attraversato da uno spettacolare dragone interamente ricamato. Non erano costumi, ma abiti in rispettoso dialogo con il genius loci.

Chi parla un italiano chiarissimo sono invece Dolce&Gabbana. Fin dall’esordio nel 2012, la collezione Alta Moda ha reso omaggio a diverse città e regioni italiane. Taormina, Milano, Capri, Napoli, Como, Agrigento, Firenze, Venezia, Siracusa, Roma, Puglia e Sardegna non sono state soltanto location, bensì punti di partenza per ricreare la caratteristica crasi di moda e costume. Sugli abiti sono spesso state dipinte o ricamate vedute da cartolina, accanto a materiali della tradizione locale. In più, ogni evento ha visto arrivare stampa e clienti internazionali “a casa di Stefano e Domenico”. Per gli ospiti viene organizzata ogni volta una vera e propria vacanza di lusso alla scoperta di luoghi, tradizioni e cultura. E siamo al culmine del vernacolo.

Balenciaga a Los Angeles nel 2024 e Chanel a New York nel 2025 hanno puntato su una narrazione vernacolare degli archetipi contemporanei

Vieni via con me

Negli ultimi anni, tuttavia, sembra vincere la strada tracciata da Giorgio Armani, quella che parte da casa e se ne va in viaggio. L’apoteosi si è avuta poco prima della pandemia da Covid-19, nel maggio 2017, quando stampa e buyer si sono immedesimati in Phileas Fogg che gira il mondo, ma in molto meno di 80 giorni. Il 3 maggio Chanel a Parigi, pochi giorni dopo Prada a Milano, poi Dior a Calabasas, in California. Non passa nemmeno una settimana e tocca a Kyoto con Louis Vuitton, seguito da Gucci a Firenze il 29 maggio. La tendenza non pare fermarsi e la moda francese ne diventa la maggiore interprete, forte della grandeur dei gruppi di moda più ricchi del Pianeta. Il caso di Dior fa scuola per ampiezza e per profondità. Infatti, Maria Grazia Chiuri ha ribadito per anni che we should all be feminists con le scritte sulle T-shirt, ma anche con le collaborazioni con artiste e artigiane. Ad esempio, nella cruise 2024 ha scelto Città del Messico, dove ha omaggiato Frida Kahlo attraverso abiti tradizionali e ricami realizzati dalle donne del Yolcentle Taller. Progetti di dialogo simili sono stati messi in atto per le sfilate di Lecce, Mumbai, Siviglia e Roma. Non si può dimenticare Chanel con le collezioni Métiers d’Art, che dal 2002 vengono presentate ogni anno in un luogo differente (solo Parigi e New York sono state ripetute), raccontando l’artigianato francese ma anche lo spirito locale. Quindi Parigi, Tokyo, New York, Monte Carlo, Londra, Shanghai, Edimburgo, Dallas, Salisburgo, Roma, Amburgo, la Valle della Loira, Dakar, Manchester, Hangzhou e Seoul sono state scelte per far atterrare la visione di Lagerfeld, Viard e Blazy, ogni volta declinando la francesità sul mercato locale. Qualcosa di analogo lo ha fatto Alessandro Michele con Gucci nel novembre 2021 a Los Angeles. Per una sera ha bloccato Hollywood Boulevard e presentato oltre 100 look ispirati al glamour hollywoodiano, tra archivio documentale e storia del cinema: si scrive California ma si pronuncia aspirando la “c”, alla fiorentina.

Che sia a Roma, a Venezia o a Napoli, l’ispirazione di Dolce&Gabbana parte dalle tradizioni e dall’artigianato (a sinistra). Dior in India, Messico e Corea, Gucci a Hollywood e Chanel a Dakar hanno portato giornalisti e clienti in giro per il mondo.

Vernacolo (americano) contemporaneo

Se Michele omaggia, Demna provoca. Sempre a Los Angeles, sempre per strada, ha fatto occupare a Balenciaga un bel tratto di South Windsor Boulevard, con la scritta Hollywood a fare da fondale. Lo stile proposto era una sorta di parodia di star paparazzate, vestite di athleisure, hoodies, occhiali da sole giganti, stivalacci stile Ugg e buste della spesa di Erewhon, il supermercato dove tutto costa come in boutique. Sarà che la moda francese ha da sempre un rapporto stretto con la clientela americana, ma anche Matthieu Blazy, alla sua seconda sfilata per Chanel, ha di nuovo portato Oltreoceano la collezione Métiers d’Art, presentata niente meno che nella metropolitana di New York. Ovviamente ogni uscita reinterpretava un modello di donna newyorkese, raccontata con forte accento parigino. È ormai chiaro che la tradizione, da sola, non basta più. Le maison non possono limitarsi a esportare la loro lingua, ma devono metterla in relazione con i contesti che attraversano, muovendosi in equilibrio tra haute couture e costume. La moda continuerà a muoversi, a viaggiare, a cambiare scenario e interlocutori. Per farlo con efficacia dovrà però lavorare sempre più sulla chiarezza della propria identità, sulle proprie radici e sulla consapevolezza del proprio linguaggio. Solo così potrà restare riconoscibile ovunque: nonostante il vestito, nonostante il travestimento. Conoscere se stessi, prima ancora della lingua del posto, resta la condizione necessaria per farsi capire. n

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