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Tbilisi

Tbilisi la capitale georgiana da mille e una notte

Bip! Al segnale acustico la funicolare si mette in movimento tra strattoni e scricchiolii, arrampicandosi senza indugi in direzione di un cielo già sul viale del tramonto. Destinazione Mtatsminda: la “montagna sacra” che veglia su Tbilisi, capitale di una Georgia ancora misteriosamente sconosciuta ai più. Narra la leggenda che a posarne la prima pietra sia stato Vakhtang I Gorgasali, re di Iberia nella seconda metà del V secolo. Durante una battuta di caccia lanciò il suo falcone all’inseguimento di un fagiano, ma qualcosa non andò per il verso giusto e i due pennuti precipitarono avvinghiati in una sorgente di acqua sulfurea lasciandoci le penne. Il re fu talmente colpito dal bizzarro evento che su quella sorgente decise di fondare una città: Tbilisi, per l’appunto. 

Clack! 500 metri più tardi le porte della funicolare si riaprono su un panorama da antologia: in un solo sguardo sfilano
1 500 anni di storia e 1 150 000 anime che più cordiali non si potrebbe, tanto da farti venire il dubbio che il detto “l’ospite è sacro” sia stato partorito qui e non in Grecia. Ospitalità di cui stanno approfittando anche migliaia di rifugiati ucraini – che i georgiani sostengono senza se e senza ma – e russi in fuga dal loro stesso regime, per rifarsi una vita qui o attendere che la tempesta e i reclutamenti forzati volgano un giorno al termine. Abbarbicata sulle sponde del fiume Kura (in georgiano Mtkvari
), la città è un puzzle architettonico in costante mutamento, dove le tessere s’incastrano tra loro nei modi più disparati e imperscrutabili. Si sovrappongono, si stratificano, si moltiplicano senza una logica apparente, rimanendo ogni volta miracolosamente in equilibrio. Lo skyline alterna profili secolari a scorci avveniristici – spesso tratteggiati da architetti italiani – inframezzati da monumentali lasciti del socialismo che fu. Ma l’Oriente, si sa, è vicino, e allora perché farsi mancare un po’ di atmosfere da mille e una notte? Le più straordinarie sono rinchiuse nel caleidoscopio di specchi che ricoprono le pareti del Museo dell’Accademia statale delle arti di Tbilisi, aperto di recente in via Griboedov nell’ex palazzo del mercante – e sindaco di Tbilisi tra il 1858-60 – di origini armene Vardan Astvatsatryan Arshakuni. Per la sua residenza non badò a spese e assoldò le migliori maestranze persiane, con risultati che è più facile verificare di persona che trovare le parole per raccontarli.

Il quartiere storico di abanotubani

le antiche terme sulfuree cittadine

Tbilisi

La chiesa di metekhi nel quartiere storico.

Eroi e antieroi

Il leggendario personaggio di Sciota Rustaveli è celebre a Tbilisi quanto Spider-Man a New York, con la differenza che il primo pare essere vissuto realmente e invece di arrampicarsi sui grattacieli della città scriveva poesie. Principe, pittore, letterato e poeta, il supereroe medievale dei georgiani incise il suo nome nella Storia col poema epico nazionale Il cavaliere dalla pelle di leopardo, titolo col beneficio del dubbio perché secondo alcuni Rustaveli si riferiva a una pantera. Comunque sia, a costui è stato dedicato di tutto incluso il viale più smisurato di Tbilisi, un chilometro e mezzo dominato dall’edificio del Parlamento e farcito di parchi, musei, hotel, negozi, ristoranti, cinema e teatri. Le tappe “obbligate” includono il Museo Nazionale Georgiano, con la sua strabiliante sala del “tesoro archeologico”, il neomoresco Teatro dell’Opera e balletto e il recentissimo Museo Georgiano di Belle Arti, custode di una vasta e preziosa collezione privata di dipinti e sculture. Su Rustaveli s’affaccia pure la Galleria Nazionale, punto di riferimento per gli amanti del venerato artista Niko Pirosmani (1862-1918). Una fama che il pittore naif raggiunse a sua insaputa dopo una vita umile, che lo vide mandriano, lattaio, ferroviere, imbianchino, ritrattista e autore d’insegne. Mai e poi mai avrebbe potuto immaginare che un giorno gli sarebbe stato dedicato un film (1969), che Picasso sarebbe diventato un suo fan, che i suoi quadri sarebbero valsi milioni di dollari e riprodotti su libri, banconote, tazze e persino calzini. Assai più controversa ma impossibile da ignorare la figura di Zurab Tsereteli, classe 1934 e nato qui nella Capitale. Tenuto in palmo di mano dalle autorità sovietiche, è stato per decenni l’artista numero uno in Georgia e le sue opere (sculture e mosaici in primis) hanno contribuito non solo a impreziosire Tbilisi, ma anche Mosca, New York, Tokyo, Siviglia, Brasilia… e Villa Borghese a Roma. I georgiani lo hanno sempre ritenuto troppo filo-russo (dal 1997 è presidente dell’Accademia d’arte russa a Mosca) per concedergli le proprie simpatie, ma le sue qualità di artista sono innegabili. Provare per credere con una visita al suo personale museo – sempre in viale Rustaveli – noto come Moma (nessuna relazione con quello newyorkese) e all’impressionante “Cronaca della Georgia”, enorme monumento poco fuori Tbilisi, dedicato alla storia georgiana eretto su pilastri di 35 metri. Ciò che in molti ignorano è invece un suo mosaico del 1971 sul tetto del Centro culturale del sindacato (viale Vazha Pshavela, fermata del metrò “Delisi”). Voci di corridoio narrano sia stato acquisito per svariati milioni di dollari da un collezionista americano, ma che una controversia immobiliare ne impedisca la rimozione.

Tbilisi

uno scorcio di fabrika, il nuovo hub creativo.

Tbilisi

i mosaici sovietici della metrò cittadina.

Goodbye Lenin…

Viale Rustaveli culmina in piazza della Libertà, dinanzi a una statua dorata di San Giorgio a cavallo che fece sloggiare senza tanti complimenti quella di Lenin in un giorno d’agosto del 1991. Di “rimasugli” sovietici a Tbilisi ne sono tuttavia rimasti parecchi e se il più evidente è la torre della televisione (274,5 m) che si erge sulla cima del monte Mtatsminda, notevoli soddisfazioni regalano opere underground come i mosaisci della fermata del metrò “Università tecnica” (1979). Sui mosaici sovietico-georgiani c’è persino chi ha pubblicato un libro (Art for architecture. Georgia. Soviet modernist mosaics from 1960 to 1990, Dom Publishers), la cui copertina ritrae un capolavoro di Givi Kervalishvili sulla facciata di una caserma dei pompieri di Tbilisi, nel distretto di Ortachala. Desta simpatie anche la statua scintillante di Madre Georgia, eretta nel 1958 per festeggiare i 1 500 anni della Capitale. Sotto la statua, i tetti di Sololaki, uno spettacolo di palazzi Art Nouveau messo in scena in questo quartiere dall’alta borghesia durante la Belle époque; a lungo trascurati, numerosi edifici sono al centro di un ambizioso progetto di recupero in pieno svolgimento.

Gradite sorprese attendono coloro che, spinti dalla curiosità, varcheranno i portoni di Sololaki: sfarzose scalinate e androni affrescati sono in agguato al civico 15 di Galaktion Tabidze, al 6 e al 9 di Geronti Kikodze e al 20 di Pavle Ingorovka. Al 13 di Ivane Machabeli ecco invece la raffinata Casa degli scrittori di Georgia: il secondo piano ospita un piccolo museo dedicato al filantropo e imprenditore David Sarajishvili, il rigoglioso cortile – sempre aperto – è costellato dai tavolini del Cafe Littera, tempio gastronomico della più acclamata chef di Georgia, Tekuna Gachechiladze.

il tbilisi public service hall di massimiliano e doriana fuksas, sulle sponde del kura.

il ponte della pace dello studio di michele de lucchi.

Tbilisi

theatre and exhibition hall di fuksas

Un mosaico etnico-religioso

Ancora più in basso, affacciate sulla ripida sponda occidentale del fiume Kura, si accalcano le case e le chiese di Abanotubani, la città vecchia di Tbilisi. Una cartolina da contemplare a bordo della cabinovia che la sorvola, o meglio ancora perdendosi tra cortili e vicoli acciottolati che salgono e scendono senza una meta ipotizzabile. Con un po’ di fortuna si potrebbe sbucare davanti a una delle due chiese di Betlemme, all’entrata del Giardino botanico, nei pressi della moschea settecentesca o persino di fronte alla fortezza di Narikala, edificata dai Sasanidi prima (IV secolo), dagli Omayyadi poi (VII secolo) e infine da Davide il Costruttore (1089-1125), re di Georgia. La visione della fortezza colpì l’immaginario di John Steinbeck, che nel suo A Russian Journal (1948) descrisse così la scena: “C’era un’enorme luna sulle montagne occidentali, che fece sembrare la città ancora più antica e misteriosa, e il grande castello nero sulla cresta si stagliava di fronte alla luna. Se esitono fantasmi da qualche parte nel mondo, devono trovarsi qui”. Terminato il tour della città vecchia, l’appuntamento è ai bagni sulfurei, storica istituzione cittadina segnalata da una serie di cupole rosse nei pressi del fiume, giusto dirimpetto all’iconica chiesa di Metekhi. Impossibile sbagliare, basta seguire la puzza di zolfo e una volta dentro concedersi una bella strigliata con spugne, spazzole e sapone, che sarebbe in grado di rigenerare anche un bradipo.  

La Fabrika dell’intrattenimento

Le prospettive dall’altro lato del Kura non sono meno invitanti, tutto sta nel decidere dove attraversare il fiume. Il Ponte della Pace ha il vantaggio di essere pedonale e sbucare nel verde del Parco Rike, ma il trafficato Ponte Secco offre l’accesso al più fenomenale mercato delle pulci di tutta l’ex Unione Sovietica. Tappeti, samovar, monete, francobolli, radio, libri, dipinti, ceramiche, fotocamere, giocattoli, grammofoni e molto di più, sono in attesa del miglior offerente (trattare è d’obbligo); e se è vero che “gli affaroni” di un tempo sono ormai un ricordo, non c’è comunque da lamentarsi. Una volta svuotato il portafogli e riempito le borse, l’alternativa è tra sacro e profano. Prendere a destra per visitare la cattedrale ortodossa della Sacra Trinità, uno degli edifici religiosi più grandi del Pianeta. La sua costruzione risale a 20 anni or sono, la realizzazione degli affreschi è tuttora in corso. A sinistra del Ponte Secco, là dove c’era la manifattura “Nino”, vanto della Repubblica Sovietica di Georgia in fatto di moda, oggi c’è Fabrika, hub creativo in salsa industriale nato dall’imprenditore-visionario Valeri Chekheria. Caffè, ristoranti, spazi co-working, concept store, gallerie d’arte e un ostello di design hanno messo il turbo a un’area fino a qualche anno fa sonnolenta. Lo stesso Chekheria ha recuperato un’enorme stamperia nella centrale via Kostava per trasformarla in Stamba, versione posh di Fabrika che include un anfiteatro, un hotel cinque stelle, un museo multimediale e un fantascientifico orto verticale dove si coltivano fragole e insalate. La noia? A Tbilisi non è mai esistita.

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