WorldOrti urbani in Italia, da Milano fino alla Sicilia

Orti urbani in Italia, da Milano fino alla Sicilia

A baffo, a goccia, a led. Idroponici, aeroponici, fotoluminescenti. Pensili, verticali, bioattivi: gli orti urbani italiani crescono sempre di più. Non passa giorno che i media non ci restituiscano immagini di impiegati che tra una riunione di forecast e una call di allineamento marketing raccolgono il radicchio per la cena zampettando felici nei vialetti degli orti aziendali. O di allegre comitive urbane di ritorno da farmer market con i carrelli ricolmi di ortaggi e frutta di stagione. O ancora, di caseggiati piastrellati di verdure pensili o punteggiatti da miniserre di quartiere. Tutto ciò fa pensare immediatamente al problema della sostenibilità ambientale delle città, alla tutela delle biodiversità, alle grandi sfide del cambiamento climatico. Eppure, non stiamo facendo altro che riscoprire qualcosa che da sempre abbiamo dinanzi ai nostri occhi: la straordinaria resistenza che l’essere umano ha opposto a lasciarsi del tutto separare dalla madre terra, anche quando quest’ultima era sinonimo di fatica, penuria, malessere, come ci ricorda l’etimologia di “agro”: acre, aspro, acido. È figlia di questa consapevolezza l’iniziativa Travel & Joy, progetto triennale patrocinato dal Comune di Firenze che a partire dal 7 maggio scorso ha trasformato la città in un hub di divulgazione culturale, animato da conferenze, mostre, laboratori. Ma, come spiega l’ideatrice, Federica Borghi, l’idea è andare oltre il capoluogo toscano, a Milano, a Venezia, per poi spostarsi verso altre possibili mete, da Genova a Matera fino alla Sicilia: «Se a maggio ci siamo concentrati sulle agrotecnologie sostenibili, a giugno sarà la volta dell’architettura urbana, con conferenze nella sala del Cinquecento di Palazzo Vecchio, e sulla biodinamica per la riqualificazione urbana. A luglio, protagonisti saranno invece bonifica territoriale e giardini d’autore, e a settembre la medicina, con focus su benessere ed ecologia prenatale».

In Italia gli orti urbani sono cresciuti in 5 anni del 18%

Ma come entrano, letteralmente in campo gli orti urbani in questa sfida per un nuovo stile di vita più sostenibile e sano? La lezione viene dal Nord Europa. Ma sta investendo tutto il mondo, inclusa l’Italia. «I primi orti urbani nascono in Germania, a Lipsia, come spazi riservati ai bambini chiamati Kleingarten. Ma fu grazie all’iniziativa di un politico francese lungimirante, Monsignor Jules Lemire, che divennero un vero e proprio progetto urbano e sociale di autosostentamento operaio, con il nome di jardin ovrieurs», racconta Antonio Longo, urbanista del Politecnico di Milano e autore con Mario Cucchi e Daniela Gambino de La città degli orti. Coltivare e costruire socialità nei piccoli spazi verdi della Grande Milano (Quodlibet, 2020). Che prosegue: «In Italia il fenomeno arriva nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale, quando s’inaugura la campagna per gli Orti di Guerra: il verde pubblico fu messo a disposizione della popolazione per non lasciare incolta la terra e soddisfare i bisogni alimentari». Il boom del Dopoguerra e la fuga dalle campagne verso le città industriali segnarono il declino del fenomeno. Ma dal 2011 è iniziata un’inversione di tendenza non più dettata dalla scarsità alimentare, quanto dal bisogno di ricostruire un tessuto di comunità in cerca di uno stile di vita anche più sano. Sino a oggi, quando, secondo Coldiretti e Ixèun italiano su quattro coltiva pomodori, fragole, lattuga, piante officinali, ma anche zucchine, melanzane, fagioli, in spazi verdi infra o periurbani. E non di soli orti si tratta: si coltivano anche terrazzi e balconi, dove fioriscono peperoncini e ceci al posto di edere e violette. Resta il fatto che, negli ultimi cinque anni, gli orti urbani sono cresciuti in Italia del 18%, superando i 2,1 milioni di mq.

Le metodologie di coltivazione all’interno degli orti urbani

Ma quali metodologie di coltivazione impiega questo sciame di contadini metropolitani? Quella tradizionale “a baffo”, che come un aspersorio benedice la terra disperdendo ettolitri d’acqua destinati a evaporare o a stagnare sotto le foglie, non è la più indicata. Dal deserto mediorientale del Negev alla Sicilia, dove già gli arabi in epoca medievale facevano economia di oro blu con complessi sistemi di raccolta e canalizzazione, ecco allora l’irrigazione a goccia, che grazie a speciali sensori distilla acqua soltanto nella misura in cui l’umidità della terra e dell’aria lo richieda, limitando anche la necessità di ricorrere a fertilizzanti e fitofarmaci. A raccontarlo è Giulia Giuffrè, board member e sustainability ambassador di Irritec, che dagli agrumeti siciliani esporta questa tecnologia in Algeria, Brasile, Cile, Germania, Messico, Perù, Senegal, Spagna e Stati Uniti. «Ma anche a Milano, in Piazza della Scala», aggiunge, «dove abbiamo curato la ripiantumazione e il sistema di microirrigazione delle rose speciali di varietà Susan Daniel che la ornano. E dove in futuro potremo occuparci di aiuole, orti e altre aree verdi urbane»


Il tetto coltivato del ristorante gro spiseri, a Østerbro, in danimarca

Grazie agli orti urbani c’è un risparmio d’acqua fino al 94%

Se irrigare a goccia riesce a far crescere l’insalata nel deserto e fiorire le rose dalla pietra, nella cerchia urbana bisogna essere capaci di fare economia anche di spazio e di luce, oltre che di acqua. Dalla prima esigenza nascono le coltivazione cosiddette “fuori suolo”, come l’idroponica, la più nota e diffusa, e l’aeroponica, che rispetto alla prima consente di risparmiare fino al 94% di acqua, riducendo il ricorso a fertilizzanti e di sostanze nutritive addizionali. Inoltre, di creare serre urbane modulari leggere e trasportabili. Un altro vantaggio dell’aeroponico è la corretta ossigenazione delle radici: «Essendo esposte direttamente alla nebulizzazione, non restano in acqua come nell’idroponica, scongiurando il rischio di asfissia», spiega Bartolomeo Divià, fondatore di Agricooltur, azienda che con i suoi 12 dipendenti ha lanciato la sfida agli orti urbani idroponici. Ma anche lo spazio ne giova: «I sistemi aeroponici non contengono grandi volumi d’acqua. Possono così essere installati in aree a bassa capacità di carico come i tetti».

Vertical farming, l’ultimo grido dell’orticoltura urbana

Il vertical farming, orti senza terra dove frutta e verdura crescono senza pesticidi grazie a luci artificiali e sistemi hi-tech di nutrimento, è l’ultimo grido dell’orticoltura urbana, con grande risparmio di suolo e di acqua. Nulla di strano, quindi, se ad adottarlo è un’azienda agricola nota per la sua sensibilità ambientale come i pugliesi Fratelli La Pietra, che grazie ai led degli ingegneri del colosso olandese dell’illuminazione Signify si avvale di “ricette luminose” su misura per le sue colture di pomodori. Matteo Graziani, co-founder con Stefano Chiocchini di Serranova, migliore start-up innovativa italiana al Flormart Future Village 2019, intende però superare anche i led. Risparmiando sulla bolletta: «Le nostre serre modulari utilizzano un metodo di stimolazione della crescita delle piante mediante polveri foto-luminescenti inglobate nei vetri, con un consumo fino ad 1/15 dell’energia delle vertical farm e di 1/10 dell’acqua delle serre ordinarie». Così la luce, naturale o artificiale, è “immagazzinata” e reimessa allo stesso picco d’intensità di quella di mezzogiorno, grazie a un mix di fosfati e terre rare, la cui luminosità è mantenuta sempre efficiente. E gratis. Non convincerete mai, però, l’agronomo Andrea Battiata della bontà di queste soluzioni hi-tech, che puntano a fare a meno della madre terra. A Firenze, 150 famiglie condividono i suoi orti sociali bioattivi, capaci di una produttività 4/5 volte superiore a quella tradizionale, fidando sulla sola fertilità del suolo naturale, lasciato libero di arricchirsi di nutrienti e difese sviluppate sedimentando quei batteri, funghi e altri microganismi che, come dimostra il manto delle foreste pluviali, grazie a un mix di umidità, luce e calore solare filtranti e materiale organico in continua fermentazione, sono il motore della vita: «Il massimo di potenziale fertile si trova nei primi 30 cm di suolo. Coltivare un orto senza terra è come nutrirsi con le flebo: non si ottiene tutta la ricchezza minerale e nutrizionale che i suoi prodotti ricevono dal loro ecosistema».

Milano è la seconda area agricola d’italia, con oltre 2 000 aziende e 2 000 colonie ortive.

Di ritorno dal prinzessinnengarten: 6000 mq d’orto nel centrale quartiere di kreuzberg.

Ortaggi resistenti e fruttiferi

Nell’orto bioattivo le piante sono messe a dimora in un terreno mantenuto ricco di sostanze minerali e organiche che rendono gli ortaggi resistenti e fruttiferi: una metodologia che sarà presto certificata tramite blockchain e, dal prossimo anno, insegnata in un’apposita scuola di specializzazione. La capacità di autodifesa dell’orto bioattivo, inoltre, non richiede né aratura né zappatura né messa a riposo del terreno. Garantendo anche una produttività stabile tutto l’anno. Non si tratta soltanto del nostro benessere personale, ma anche di quello ambientale. Arianna Azzellino è docente ed esperta di valutazione ambientale al Politecnico di Milano. Su questo punto solleva carote e zucchine da un eccesso di responsabilità: «La parte del leone nell’assorbimento di inquinanti e CO2 nell’aria la fanno suolo naturale e grandi alberature di latifoglie, entrambi oggi minacciate dal cemento. Un orto può svolgere il lavoro di un prato basso: importante, ma non paragonabile a un bosco. E questo, attenzione, soltanto se le sue radici sono piantate in terra, anche su terrazzamenti pensili, meglio se coronati da alberi». Ma se non potremo chiedere alle nostre piantine di salvarci dal climate change marciando contro le forze del male come i fusti della Foresta di Fangorn de Il Signore degli Anelli, va riconosciuto che, se coltivati in terra, gli orti contribuiscono comunque ad arrestare il consumo di suolo, che in Italia avanza di 2 m al secondo. E soprattutto, è certo, a far avanzare la nostra umanità. Caterina Poccianti è mamma di Giovanni e Francesco, due ragazzi disabili che grazie alla comunità ortofrutticola promossa da Battiata si ritrovano da anni con altre famiglie, una volta la settimana, a coltivare, raccogliere e cucinare la quota loro spettante di verzure urbane: «L’ultima volta abbiamo preparato un pranzo a base di… menta! Dall’orto in comune s’impara anche questo: a fare molto con poco, tutti insieme». Peperoni, insalate e fragole bioattive al servizio di comunità bioattive.

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